Dall’antica Grecia alla famiglia di oggi: la tragedia secondo Yorgos Lanthimos

Con Il Sacrificio del Cervo Sacro il regista Yorgos Lanthimos attinge agli antichi miti della Tragedia greca per tracciare il ritratto contemporaneo di una famiglia americana e illustrarne le nevrosi, le psicologie distorte, le paure e i sensi di quelle colpe che dai padri ricadono inevitabilmente sui figli. Dal 28 giugno al cinema.

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Di Anton Giulio Onofri

Le note gravi e cupe dello Stabat Mater per coro e orchestra di Franz Schubert introducono fin dalle prime battute il clima tragico che aleggia per tutto il nuovo film di Yorgos Lanthimos, Il sacrificio del cervo sacro. Messe da parte le grottesche eccentricità del suo film precedente, The Lobster, il regista greco torna a dirigere una coproduzione internazionale che vede nuovamente coinvolti grandi nomi del cinema di Hollywood (accanto a Colin Farrell, già protagonista di The Lobster, c’è addirittura Nicole Kidman) e sceglie di risalire alle radici della cultura occidentale ripescando gli antichi miti delle tragedie dei suoi illustri antenati per tracciare il ritratto contemporaneo di una famiglia americana dell’Ohio e illustrarne le nevrosi, le psicologie distorte, le paure e i sensi di quelle colpe che, come nelle tragedie greche di Eschilo, Sofocle o Euripide, dai padri ricadono inevitabilmente sui figli.

Il titolo del film prende spunto dall’episodio della tragedia di Euripide Ifigenia in Aulide, in cui per placare l’ira della dea Artemide che teneva bloccate con la bonaccia le navi greche in partenza per la guerra di Troia, il re Agamennone decide di sacrificare sua figlia Ifigenia; ma nel momento di accendere il rogo Artemide appare, rapisce la fanciulla e la sostituisce con una cerva sacra.

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Tutto ha inizio quando Murphy, stimato chirurgo e cardiologo, invita a un pranzo di famiglia uno strano e misterioso ragazzino che con frequenza quasi quotidiana incontra nelle pause o al termine dei turni in ospedale: la natura del loro legame è ambigua, e pur essendo marito e padre, si ha il sospetto che il cardiologo abbia con l’adolescente una relazione singolarmente morbosa. Il ragazzo diventa amico dei suoi due figli, si mette con la figlia più grande, invita Murphy a cena perché sua madre, giovane vedova, possa tentare di sedurlo… L’intreccio si complica, la famiglia si sgretola, si decompone, e Lanthimos sfodera un repertorio via via sempre più insostenibile di crudeltà e violenza e riesce ad accumulare una tensione calibrata e strisciante, come le spire sempre più strette e soffocanti di un serpente.

La voce di Colin Farrell, che interpreta il ruolo di Murphy, sembra scandita dall’ineluttabile consapevolezza di un fato che prima o poi dovrà compiersi; gli occhi di Nicole Kidman, la moglie che asseconda le sue bizzarrie erotiche, brillano vuoti e senza penetrabilità di sguardo; lo stupefacente, quasi fastidioso Barry Keoghan nel ruolo dello strano adolescente è l’insolita incarnazione di un demone che attira e respinge, in un’insolita miscela di simpatia e sospetto.

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La sceneggiatura dello stesso Lanthimos, scritta come anche tutti gli altri suoi film insieme a Efthymis Filippou, ha ottenuto al Festival di Cannes il Prix du scénario, e mette in bocca agli attori battute stranianti e allucinate, per suggerire quanto siano stupidi e come possano diventare crudeli gli esseri umani pur di liberarsi di un opprimente senso di colpevolezza, e non soccombere a un fato inesorabile, tragico, nella contemporanea città di Cincinnati, Ohio, così come nell’antica città greca di Aulide.

Appuntamento dal 28 giugno al cinema

 

 

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