Mentre Sentimental Value è al cinema, esploriamo il cinema di Joachim Trier e i temi che attraversano le sue opere.
Sei film bastano per riconoscere un autore, in un momento storico in cui facilmente si grida al capolavoro e si inneggia a talenti cristallini con un solo lungometraggio all’attivo, apparentemente innovativo, nella maggior parte dei casi solo così confuso da sembrare fuori dagli schemi. Joachim Trier, norvegese, 51 anni, ha fatto un percorso molto personale e preciso. Ha lasciato Oslo, città con cui ha da sempre un rapporto di amore-odio, stretta per una mente aperta come la sua, appena gli è stato possibile.
Ha studiato cinema a Londra, ma poi è tornato e i suoi film li ha fatti tutti in Norvegia, tranne un detour che porta il titolo di Segreti di famiglia, film apparentemente avulso al suo percorso, in realtà perfettamente in linea con i temi che gli interessano. Il cast internazionale, Jessie Eisenberg, Gabriel Byrne, Isabelle Huppert, offuscava, nel 2015, il nome di questo cineasta scandinavo con all’epoca solo due piccoli film alle spalle. Piccoli produttivamente, perché Reprise e Oslo, 31 August sono entrambe opere magnifiche, complesse, che già svelano alcune delle linee guida di Trier. C’è il rapporto con il talento e la creatività, che ritroviamo in ognuno dei suoi film, così come il disagio esistenziale e le dinamiche familiari, tutti elementi trattati con un’umanità rara nella scrittura generale, sempre in coppia con l’amico Eskil Vogt, nella psicologia dei personaggi, attenta come raramente si vede nel cinema contemporaneo, nella maniera in cui affronta i sentimenti, e il loro valore, soprattutto il dolore, presenza costante nella vita quotidiana di ognuno di noi, anche se cerchiamo di ignorarlo, dimenticarlo sotterrarlo.

Sentimental Value, per l’appunto, che è però anche un gioco di parole, perché le emozioni sono in realtà il “production value” del cinema, l’arte a cui rende omaggio nel suo ultimo film, una dichiarata lettera d’amore al racconto per immagini. Sei film in poco meno di vent’anni non sono pochi, sono il giusto numero, quello che si può fare quando ci si impone di prendersi il tempo necessario nella stesura di una sceneggiatura di valore, nella costruzione di una produzione in cui tutti i tasselli siano al posto giusto, dal punto di vista finanziario, e anche di chi queste finanze le mette a disposizione, e artistico, radunando la giusta squadra, dietro e davanti la macchina da presa.
L’amicizia è un valore per Trier. Il suo attore feticcio, Anders Danielsen Lie, bravissimo e poliedrico, in realtà un medico prestato al cinema, o forse viceversa. Eskil Vogt e Trier si conoscono da sempre, mentre il primo studiava cinema a Parigi, il secondo era a Londra, e si incontravano ogni volta che potevano per parlare della loro passione. Renate Reinsve la scoprì in Oslo, 31 August, fu lì che probabilmente capì di avere trovato La persona peggiore del mondo. E anche la migliore, perché di attrici come lei ce ne sono poche in giro in questo momento. E come ogni regista degno di questo nome, è anche quello che riesce a tirarne fuori il meglio. Sentimental Value, opera molto più corale rispetto alle sue precedenti, è un esempio lampante dell’eccezionale lavoro che Trier fa con gli attori. Da Stellan Skarsgård a Elle Fanning, fino a Inga Ibsdotter Lilleaas, che nel ruolo della sorella apparentemente meno interessante, perché lontana dalle luci della ribalta, offre un’interpretazione intensa che equilibra l’istrionismo dei suoi familiari dello schermo.

Questa è un’altra delle parole chiave del cinema di Joachim Trier. L’equilibrio lo ha portato a non cedere alle lusinghe di Hollywood. Anche Segreti di famiglia era alla fine un film indipendente. Lo stesso equilibrio che lo porta a non strafare, in scrittura come sul set. C’è sempre asciuttezza nel racconto, e una regia che non si concede a inutili voli pindarici, anche nell’audacia, come il magnifico piano sequenza di chiusura di Sentimental Value, dichiarato ma non per questo meno emozionante per lo spettatore.
Trier, d’altronde, è un cinefilo dichiarato. Sentimental Value è un’opera sul cinema, sul suo potere salvifico, su quello che ci ha insegnato. Come si suole dire, un film è la vita a cui hanno tagliato le parti noiose. E Trier deve avere probabilmente questa frase scolpita nella roccia da qualche parte in casa. Ma è in realtà il processo creativo nella sua forma più pura la cosa che maggiormente gli interessa, non importa in che forma. Il piacere che ne deriva, ma anche il dolore quando quella spinta viene a mancare. Gli scrittori di Reprise e il loro struggimento, il fumettista de La persona peggiore del mondo, la fotografa di guerra di Segreti di famiglia, naturalmente il regista e le attrici di Sentimental Value.

Questa sua esplorazione va di pari passo con quella delle diverse forme del cinema stesso. Ci sono ancora molti generi inesplorati da affrontare nel futuro di Joachim Trier. Il fido Eskil è un amante dell’horror e del sovrannaturale, da lì nasce Thelma, che è però anche un dramma familiare ed esistenziale, una ricerca del proprio posto nel mondo. La giovane cresciuta con una rigida educazione cristiana i cui sbalzi emotivi scatenano energie incontrollabili (Carrie, sei tu?) non è in fondo diversa da un’attrice teatrale che non è mai venuta a patti nel rapporto conflittuale con il padre. Il melò, nell’accezione più classica del termine, quello che del cinema hollywoodiano della Golden Age, è una base fondamentale del cinema di Trier, che ama però spaziare e trovare ogni volta qualcosa di nuovo, anche solo un piccolo tassello che possa portare avanti la sua personalissima ricerca di quanto resta dell’umanità. Perché, alla fine, non è in fondo quello che conta?