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Perché Terminator 2 è uno dei più grandi sequel di sempre
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Terminator 2 torna al cinema in 4K: un capolavoro sui viaggi nel tempo e uno dei pochissimi casi in cui il seguito è meglio dell’originale.

In questo articolo

Di Carlo Giuliano*

Pochi film sono riusciti a unire cinema “basso” e cinema “alto” (o considerati tali) come la saga di Terminator. Cinema basso: Arnold Schwarzenegger, un culturista di origini austriache dal forte accento tedesco e la recitazione robotica, che era e sempre sarebbe rimasto espressione di un cinema muscolare, dei film di menare. Cinema alto: capace di compiere rivoluzioni tecniche e nella computer grafica come pochi altri nella storia e al contempo di veicolare inquietanti allarmi su un futuro in cui la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale avrebbero preso il sopravvento. Quel futuro è domani. 

Dietro tutto questo c’è la visione di un ancora anonimo genio di nome James Cameron, che nel 1984 gira il primo Terminator non senza qualche perplessità interna. Con Arnold Schwarzenegger non si piacciono, Cameron cerca il pretesto per litigarci e cacciarlo, Schwarzenegger dal canto suo risponde a un’intervista sul set di Conan il barbaro – l’unico film che avesse fatto prima di interpretare l’iconico T-800 – in cui definisce Terminator: “Un film di merda a cui sto lavorando e che mi occuperà due settimane”. La storia, come sappiamo, sarebbe andata diversamente.

E infatti dopo quell’enorme successo sarebbe uscito un sequel, nel 1991, che viene tutt’oggi ricordato come uno dei migliori nella storia del cinema. Si intitola Terminator 2 – Il giorno del giudizio, ribalta completamente i rapporti di ruolo del primo film, fa ulteriori balzi in avanti di CGI soprattutto per la resa del T-1000 in metallo liquido e per tutti questi motivi – ma non solo per questi motivi – è considerato da molti come uno dei pochi sequel che hanno superato l’originale. Sicuramente secondo l’opinione di chi scrive. Ora torna al cinema grazie a Lucky Red, restaurato in 4K per il 35esimo anniversario dall’uscita, per una tre giorni evento solo il 28-29-30 agosto.

È tornato, come prometteva. E vista l’occasione, mi preme offrire una rilettura del singolar tenzone fra John Connor e Skynet. Un pensiero che mi ronza in testa da un po’, la madre di tutte le domande, di cui sembriamo aver sempre dato per assiomatica la risposta: perché John Connor è l’ultima speranza dell’umanità?

Perché John Connor?

Tutti i Terminator si fondano su una stessa premessa narrativa: nel futuro, un sistema informatico chiamato Skynet ha raggiunto l’autocoscienza, preso il controllo dei sistemi di difesa, bombardato a suon di testate nucleari gran parte della popolazione mondiale e sviluppato degli esoscheletri metallici assassini – appunto, i Terminator – per braccare i pochi sopravvissuti. Falso profeta secondo alcuni, ultima speranza dell’umanità secondo i più, John Connor guida la lotta contro le macchine: “Se mi state ascoltando, siete la resistenza” – ripete alla radio. Ma come sempre, questo mondo ci porta a ricordare sempre e solo gli uomini e non le donne, sempre e solo i figli e mai le madri. 

Perché l’altra premessa narrativa di (quasi) ogni film di Terminator è che, consci della notevole rottura di palle rappresentata da John Connor, le macchine inviano dei Terminator per uccidere il ragazzino nel passato o impedire anche solo che nasca, in modo tale da cambiare il futuro. Tant’è che nel primo film John Connor non solo non c’è, ma non è stato neanche concepito. Il T-800 interpretato da Schwarzenegger punta a sua madre, Sarah Connor, interpretata da una magnifica Linda Hamilton già compagna di vita dello stesso James Cameron. L’obiettivo è ucciderla prima che John Connor nasca, ma già qui si accende una lampadina.


Per capirla, va citata l’ultima premessa dei film di Terminator. Ogniqualvolta Skynet invia qualcuno a uccidere un Connor, la resistenza risponde inviando qualcun altro a proteggerlo. La lotta è quasi sempre impari, perché Skynet sviluppa modelli più avanzati di quelli di cui entra in possesso la resistenza, ma nel primo film è semplicemente una missione suicida. Perché per proteggere la sua futura madre – sì lo so, vi state già incartando – John Connor invia un suo sottoposto, tale Kyle Reese. Lo stesso uomo che, racconta sua madre nei nastri, lo mise al mondo prima di morire per proteggere lei. È l’invio di Kyle Reese indietro nel tempo a far nascere John Connor, che altrimenti non nascerebbe. Ed è la missione di Skynet di non farlo nascere a rendere necessario l’invio di Kyle Reese, causando la sua stessa nascita. 

Il viaggio nel tempo

Per uscire senza il cervello in pappa da questo bel mindfuck, facciamoci aiutare da una delle teorie più divertenti sul viaggio nel tempo, molto più comprensibile di quanto possiate pensare. La premessa narrativa di gran parte dei viaggi nel tempo è che permettano di tornare indietro nel passato per cambiare il futuro secondo i propri interessi, proprio come vuole Skynet. Ma questo genera immediatamente un paradosso, formulato così: se io tornassi indietro, diciamo per uccidere mio nonno, o comunque modificassi anche solo una variabile minima all’interno di una secolare concatenazione di eventi, non nascerei. Ma così facendo, non nascendo, non potrei neanche tornare indietro nel tempo per impedire quell’evento. E così via e così via, generando un loop – il cosiddetto “paradosso del nonno”, appunto – che la fisica teorica risolve ipotizzando la creazione di alternative temporali: ogni volta che torno indietro nel tempo genero un universo parallelo in cui le cose sono andate diversamente, un po’ come nel secondo capitolo di Ritorno al Futuro, ma non altero la timeline principale.

Personalmente la trovo una scappatoia – e infatti, anche a livello visivo, questo universo parallelo viene rappresentato come una comoda diramazione rispetto al principale – e trovo molto più interessante un’altra teoria, l’unica che sia stata in grado di risolvere (almeno a livello di esperimento mentale) il paradosso del viaggio nel tempo senza l’impiego della scappatoia. Si chiama Principio di Autoconsistenza di Novikov, dal nome del fisico russo che l’ha postulato, e vi rassicurerà sapere che su di esso si basa la gran parte dei film e le serie che parlano di viaggi nel tempo: Interstellar, Lost, Dark, L’esercito delle 12 scimmie e molti altri ancora. Funziona più o meno così: laddove il Paradosso del Nonno non riesce a spiegarsi come faccia io a nascere pur nel tentativo di ucciderlo, Novikov sostiene che è proprio quel tentativo a causare la mia nascita. Sono io, che mi faccio nascere.

Perché in realtà il colpo sparato non compromette nessun organo vitale e proprio in quell’istante, ricordo la storia che mi veniva raccontata su come si fossero conosciuti i miei nonni. Di come lui finì in ospedale dopo un tentativo di assassinio da parte di un misterioso sicario (me stesso) e lì conobbe un’infermiera che sarebbe diventata sua moglie (mia nonna). Il Principio di Autoconsistenza risolve l’imprevisto del viaggio nel tempo, integrandolo proprio come evento cardine all’interno della concatenazione. Rende virtuoso il circolo vizioso, riconoscendo al viaggio nel tempo un ruolo ben più determinante del poter cambiare il futuro: quello di far accadere il futuro, esattamente come è già accaduto. Un ciclo continuo in cui il me del futuro guida il me del passato e il me del passato genera il me del futuro, esattamente come Cooper in Interstellar, che si invia le coordinate attraverso il buco nero per spedirsi da solo nello spazio e salvare il mondo non una, ma ogni singola volta. Ma perché questo è doppiamente poetico nella vicenda di John Connor? 

La profezia autoavverante 

O profezia che si autoadempie, un meccanismo narrativo ma anche estremamente reale, alla base di un numero incalcolabile di processi storici e sociali, che si lega a doppio filo al Principio di Novikov. Prestatemi solo un altro po’ di attenzione, vedrete che ne uscirete rinati.

Similmente al Principio di Autoconsistenza, la profezia che si autoavvera sostiene che il solo credere che un evento accadrà, e armarsi per non farlo accadere, è proprio ciò che lo scatena. “Armarsi” non è una parola a caso, tant’è che l’esempio più attuale e ravvicinato – che tanto ha a che fare con Terminator, cioè con il futuro verso il quale ci stiamo pericolosamente avvicinando – è la recente corsa al riarmo promossa da gran parte dei nostri governi. È notizia di qualche tempo fa che la Gran Bretagna ha fatto un nuovo ordine di elicotteri da battaglia perché si aspetta una guerra aperta in Europa entro il 2027. Ma la teoria militare vuole che ogni guerra sia sempre stata preceduta da una fase di riarmo, che non garantisce affatto la pace ma anzi aumenta il termometro dell’escalation fino alla deflagrazione. È come mettere un coltello in mano a due persone e convincerle che l’altra voglia accoltellarti. Anche se non era vero, lo diventerà molto presto.

 

Ecco, questa è una profezia autoavverante e se non vi piacciono le posizioni contro il riarmo, potete farvi andare bene il più classico degli esempi narrativi: Harry Potter. L’incontrastato Lord Voldemort è convinto che nascerà un mago in grado di sconfiggerlo, così si mette preventivamente a uccidere tutti i figli di maghi – un po’ come un viaggio nel tempo – per impedirlo. Ma così facendo incontra Harry Potter, si autodistrugge nel tentativo di ucciderlo, gli dona la cicatrice e parte del suo stesso potere e quindi… crea quel mago in grado di sconfiggerlo. La cosa che dimentichiamo sempre di Harry Potter è che non è che abbia nulla di speciale come mago, non è più potente per nascita. Quel potere gli deriva da Voldemort e se Voldemort si fosse fatto i fatti suoi, “il ragazzo che è sopravvissuto” non sarebbe mai esistito. È un gioco narrativo interessantissimo perché è uno dei pochi casi in cui è la nemesi a creare l’eroe, e non viceversa. Ed esattamente allo stesso modo funziona Terminator.

Se la nemesi crea l’eroe 

Da piccolo ho guardato Terminator 2 all’esaurimento, per anni, amando quel ribaltamento geniale messo in scena da Cameron per cui, il volto di tutti gli incubi di Sarah Connor del primo film, diventa un padre per suo figlio nel secondo. Colui che ha causato la morte di Kyle Reese fa ammenda e si trasforma nella figura paterna che John Connor non ha mai avuto, e che tutti avremmo voluto. Direi quantomeno poetico.

Ma una domanda continuava a ronzarmi in testa: perché John Connor è il capo della resistenza? Perché proprio lui, che in gran parte della saga ci viene presentato come un ragazzino spiantato che gira tra famiglie affidatarie o addirittura senza fissa dimora, e non un qualunque vertice militare sopravvissuto al Giorno del Giudizio? Risposta: perché John Connor ha combattuto e sconfitto macchine inviate a ucciderlo per tutta la vita. Ben prima del Giorno del Giudizio e anzi, ancor prima che nascesse.

È Skynet, ad aver creato John Connor. Nel tentativo di non farlo nascere, ha fatto inviare indietro nel tempo il suo stesso padre. Nel tentativo di ucciderlo, gli ha insegnato tutta la vita a sopravvivergli. Skynet ha inconsapevolmente trasformato la vita di John Connor in un campo di addestramento e apprendimento di cui avrebbe beneficiato l’umanità tutta, fino alla vittoria. L’unica stranezza è che questa autocoscienza onnisciente non abbia tenuto in considerazione il Principio di Novikov. Ma a dirla tutta, Skynet sbaglia in continuazione nel corso dei film, è facilmente ingannabile ed è forse in questo che è riposta tutta la fiducia che James Cameron nutre nei confronti dell’umanità, contro la fallibilità dell’Intelligenza Artificiale.

Magari questa rilettura vi sarà suonata ovvia, magari ininfluente, ma potrebbe farvi rivedere questo capolavoro con occhi nuovi, come mai prima d’ora anche grazie al prezioso restauro in 4K. Perché Terminator 2 è un film non solo da amare, ma da leggere e rileggere. E sicuramente, da rivedere al cinema il 28-29-30 agosto.

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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