Il regista Palma d’Oro torna a parlare di famiglia (e Intelligenze Artificiali) in questa intervista su Sheep in the Box, dal 27 agosto al cinema.
Un affare di famiglia al tempo dell’Intelligenza Artificiale. È quello che viene da pensare guardando Sheep in the Box, il nuovo film del regista giapponese Koreeda Hirokazu, insignito nel 2018 con la Palma d’Oro per quel bellissimo film che fece finalmente scoprire, in tutto il mondo, la dolcezza del suo lessico famigliare. Koreeda parla di famiglia da tutta la sua carriera, fin dai tempi del suo debutto nel 1995 con Maborosi, un’opera prima lacerante che sapeva già di grandezza.
Koreeda rimane uno dei nomi più amati del Festival di Cannes. Dopo la Palma è tornato con il bellissimo L’innocenza e sull’ultima Croisette ha portato Sheep in the Box, un film in cui torna a parlare dei grandi protagonisti del suo cinema, i rapporti familiari, con uno sguardo nuovo e inedito sul futuro che ci aspetta, che è già qui. Sheep in the Box è ambientato infatti in un futuro prossimo in cui le Intelligenze Artificiali hanno raggiunto lo stadio corporeo e chi perde una persona cara può crearne una copia, perfettamente somigliante e dotata di tutti i ricordi dell’originale, così da facilitare il processo di elaborazione del lutto.
La coppia protagonista può così riabbracciare il piccolo Kakeru, un umanoide che sta via via guadagnando autocoscienza e un istintuale desiderio di libertà, come ogni bambino. L’elaborazione del lutto si trasformerà in una rito di passaggio cui è chiamato ogni genitore: il distacco dai figli, il momento in cui questi abbandonano il nido familiare per cercare il loro posto nel mondo. Un momento vissuto proprio di recente da Koreeda stesso, che da figlio che era quando ha iniziato a fare cinema, adotta ora il punto di vista del genitore. E si chiede: “Che futuro lasceremo ai nostri figli?”. Ma anche: “Cosa significa essere umani?”.
Ci ha offerto le sue risposte in una lunga intervista.
Fin dall’inizio sapevo che questo mio viaggio non avrebbe seguito un percorso lineare e infatti ho imboccato diverse deviazioni lungo la strada. Inizialmente, avevo pensato di partire dal tema dell’Intelligenza Artificiale. Ma poi si è aggiunta l’elaborazione del lutto, sono arrivato a Il piccolo principe, passando per l’architettura, la natura, il bosco come entità viva e pulsante. Tutte le anime del film sono collegate fra loro, sentivo che ciascuna conducesse naturalmente a un’altra. Mi sento di dire che è stato un viaggio meraviglioso, innanzitutto per me. Forse perché mi ha permesso di elaborare parte della mia vita personale. Il distacco dei figli dai genitori è qualcosa che ho sperimentato di recente in prima persona.
Questa primavera, mio figlio ha lasciato la casa in cui è sempre vissuto assieme a noi per imboccare la sua strada, iniziare l’università e andare a vivere da solo. Quindi volevo raccontare anche questo, il momento del distacco e che tipo di reazioni può generare nei genitori, ancor di più che nei figli. Dentro questo film c’è parte della mia storia recente.
È vero, il film parte come una distopia e si trasforma sempre più gradualmente in una fiaba, soprattutto nell’ultima mezz’ora. Tutta la sequenza nel bosco per me rappresenta come un limbo sospeso, la descrizione del mondo dopo la morte. Ma soprattutto volevo descrivere una distopia diversa rispetto a quelle cui siamo abituati, in cui l’Intelligenza Artificiale vince e domina il mondo attraverso metodi di violenza e coercizione. Ecco, in quest’ottica il bosco e il rapporto con la natura potrebbe rappresentare proprio questo, l’alternativa utopica. Il punto è che un discorso che voglia guardare all’umanesimo deve mettere in conto che l’umanità non è più l’unica manifestazione di coscienza. Verremo messi in secondo piano dalle coscienze artificiali? Ciascuno si darà una risposta diversa a seconda che sia una persona ottimista o pessimista.

È difficile ragionare per bianchi o neri in questi casi. Io non vorrei negare l’utilizzo di per sé, dipende tutto da come si utilizza. Per esempio, stanno sviluppando la pratica di far parlare gli anziani con dei chatbot, così da tenerli allenati e ritardare o prevenire l’insorgere della demenza senile. Però al contempo potrebbe incoraggiare chi già vive solo a parlare solo con Chat GPT e non sentire più il bisogno di uscire di casa, diventandone dipendente. Come in ogni cosa ci sono luci e ombre.
Per molto tempo le sono stato completamente estraneo, non la utilizzavo né credevo mi sarei mai trovato a utilizzarla. Ma nella lavorazione di questo film mi sono dovuto avvicinare ai suoi strumenti e ho scoperto anche aspetti molto utili, la traduzione simultanea per esempio è stato un grande passo avanti. Ma se parliamo delle sue capacità creative, sono alquanto scettico. Per esempio, ho provato a far leggere la mia sceneggiatura a Chat GPT per chiedergli un’opinione in merito, qualcosa che potessi anche usare. Ma le sue risposte non erano molto interessanti, erano piuttosto banali. Perché all’Intelligenza Artificiale manca la passione, le predilezioni, le preferenze e l’esperienza di un essere umano. Le manca quell’aspetto di imprevedibilità, fondamentale alla creazione.
La domanda che mi faccio sempre è: cosa distingue gli esseri umani dall’Intelligenza Artificiale? La prima risposta che mi dò è proprio la capacità d’immaginazione e fantasia, quella spinta a creare qualcosa dal nulla, senza input o elementi di partenza. Almeno per il momento, abbiamo molto di più da offrire sotto questo punto di vista di una qualunque Intelligenza Artificiale. Ma forse riuscirà a superarci anche sotto questo aspetto, prima o poi.

Esatto, quello è un altro elemento sostanziale. Perché c’è un’enorme differenza fra una coscienza corporea e una incorporea, un diverso modo di relazionarsi al mondo e di rispondere ai suoi stimoli. Ma anche lì, potrebbe diventare corporea e raggiungerci. Credo che rimanga solo un aspetto su cui non potrà mai assomigliarci, banalmente perché non è progettata per farlo; e cioè quella porzione di ambiguità e inutilità dell’esistenza umana. Svolgiamo azioni futili, prendiamo la strada più lunga, creiamo sprechi e scarti di risulta. Ma proprio all’interno di essi germoglia una ricchezza che l’Intelligenza Artificiale non è incoraggiata a inseguire. L’inefficienza, nel senso più positivo del termine, è ciò che potrà distinguerci sempre rispetto al principio di minimo sforzo seguito da un’IA.
È vero, è possibile che sia cambiato il modo in cui guardo al tema della famiglia rispetto ai film che ho fatto all’inizio della mia carriera. Ma questo deriva innanzitutto dal mio rapporto personale con questo tema. Quando ho iniziato a fare film c’erano ancora i miei genitori e il figlio ero io. Avevo quel punto di vista. Quando mi sono fatto una famiglia mia e ho avuto dei figli, il mio punto di vista è cambiato, è diventato quello del genitore. E quindi è cambiato anche il mio modo di raccontarla all’interno dei miei film. Non so se poi questa evoluzione si percepisca da un film all’altro, ma sicuramente è avvenuto un mutamento dentro di me, che si riflette anche nel mio cinema. Io credo che la famiglia cambi al cambiare dei ruoli, quando i figli diventano genitori. Questo è un ciclo eterno del corso delle cose.
È difficile rispondere, perché non è che io abbia prestato così tanta attenzione alla psicologia di Kakeru. Più che ai suoi pensieri, per me era cruciale dare importanza soprattutto al modo in cui gli esseri umani l’avrebbero accettato, in modi diversi, all’interno della coesistenza umana. Il suo modo di pensare è chiaro, limpido. Mi interessava invece vedere come avrebbero ragionato gli esseri umani, con la loro fallibilità. La madre e il padre si avvicinano a lui in modo opposto, lei sviluppa subito un attaccamento per poi allontanarsi bruscamente, il padre invece è più sospettoso ma si fa sciogliere col tempo. Kakeru è un attivatore: permettendo loro di conoscere meglio il proprio figlio, li aiuta a conoscere meglio se stessi.
È vero che questa società sta cambiando ogni giorno di più il nostro rapporto con la morte. Da un lato ne vediamo sempre di più davanti ai nostri occhi, dall’altro vogliamo parlarne sempre meno. È difficile rispondere, posso farlo utilizzando a esempio i protagonisti del mio film. Questa coppia prende un umanoide perché non è pronta a elaborare la perdita del figlio, ha bisogno di sentirselo vicino ancora un altro po’. Ma via via che passa il tempo si accorgono che, come ogni genitore, devono accettare l’idea di lasciar andare i propri figli. Sicuramente la morte è un evento doloroso e noi cerchiamo naturalmente di eliminare dalle nostre vite ciò che ci fa male. Ma attraverso questo film volevo mostrare proprio l’opposto, la capacità di lasciar andare progressivamente quel dolore e trasformarlo in qualcosa di vivo, in un nuovo albero da piantare.

Io non so come funzioni in Europa, ma in Asia è un business in crescita e può riguardare tanto le aziende che producono AI, quanto le imprese funebri. Alcune mettono a disposizione persone che interpretino i cari defunti, in modo da far elaborare il distacco. Oppure creano delle immagini animate dei defunti, come dei video pre-registrati che possano fungere da ultimo saluto: “Grazie per essere venuti al mio funerale”. Infine è successo, sempre in Giappone, che un cantante morto già da diversi anni abbia visto ricreata la propria voce con l’Intelligenza Artificiale, in modo che potesse cantare una nuova canzone. Alcune di queste invenzioni sono già realtà e sicuramente generano delle prospettive incerte, ma il mio intento con questo film era mostrare l’alternativa: una coppia che si fa convincere da questo business, ma poi scopre il proprio modo di usarlo, salutare il defunto e accettare il distacco. Sono sfide aperte che apriranno un sacco di domande, prima fra tutte: dove sta il diritto del defunto? Chi ne possiederà i ricordi, l’identità, la coscienza? Noi umani dovremmo avere diritti su di essi? Questo è sicuramente un tema che volevo affrontare con questo film.
In questa domanda c’è il cuore di ciò che speravo di far arrivare con questo film. Io ormai ho 64 anni, appartengo alle vecchie generazioni, ma ho sempre rifiutato una postura paternalista nei confronti dei giovani. È pieno di miei coetanei che sento fare commenti del tipo: “Ai miei tempi era un’altra cosa, voi giovani non sapete niente del mondo”. Ma io non vorrei mai diventare quel tipo di persona. Credo che i giovani debbano seguire la loro strada, commettere i loro errori ma fare anche ciò che credono sia giusto fare. Vorrei che trovassero un modo di superarci e non vorrei arrecare alcun disturbo o ostacolo nel percorso che stanno seguendo per riuscirci.
Sheep in the Box vi aspetta al cinema dal 27 agosto.