L’horror secondo Damian McCarthy, il regista di Hokum
Di Pier Maria Bocchi* Per Damian McCarthy l’horror è una questione privata. E di spazi. In Caveat (2020), il suo primo lungometraggio, la casa su un’isola deserta in cui è ambientata la vicenda diventa per il vagabondo protagonista il luogo – soprattutto psicologico – in cui ritrovare sé stesso. In Oddity (2024) la residenza di campagna di due coniugi acquista per la moglie un’atmosfera sinistra, che la conduce a poco a poco a una consapevolezza sgradita. Avviene la stessa cosa in Hokum, il primo film di McCarthy a uscire in sala in Italia (finalmente!). Lo scrittore americano Ohm Bauman ha un paio di conti da regolare, prima con i genitori, poi con sé stesso. Per dispendere le ceneri della madre e del padre si reca nell’Irlanda più profonda, al Bilberry Woods Hotel, dove loro trascorsero la luna di miele. La honeymoon suite è però chiusa da tempo: gli impiegati credono sia infestata. Per Ohm (nomen omen: quasi un’onomatopea a suggerire perplessità, stupore, incertezza) è l’occasione per elaborare non tanto un lutto, quanto una vita e un mestiere che non lo soddisfano, che lo rendono collerico e scostante, che sembrano giunti a un punto fermo. E al pari di Caveat e…
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