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Past lives
Da Greta Gerwig a Celine Song: il passato è una terra straniera

Aspettative, identità, autodeterminazione: un viaggio tra le opere delle registe e sceneggiatrici millennial, aspettando in sala la sorprendente opera prima di Celine Song.

Di Ilaria Feole*

Con la Na-young/Nora interpretata da Greta Lee, la regista Celine Song, classe 1988, condivide molto: anche i suoi genitori si sono trasferiti dalla Corea del Sud al Canada quando lei aveva 12 anni; e proprio come la protagonista di Past Lives, Song si è trovata a reinventare se stessa, a partire dal nuovo nome occidentalizzato, in un’età in cui la ricerca identitaria è ancora goffa, tanto delicata quanto cruciale, mentre è così poroso il confine tra vita interiore e mondo fuori.

Sospesa tra due mondi diversissimi, fra le sue radici coreane e la sua nuova vita nordamericana, l’alter ego della regista è una crisalide incerta, da cui sgusciar fuori con tante domande e la fame di scoprire chi realmente si è: un sentimento comune a tante autrici millennial, appartenenti a quella generazione “di mezzo” – non ancora quella dei nativi digitali, che in questo scivoloso flusso di immagini sono nati, ma quella che ha vissuto in giovanissima età il passaggio alla vita smart, social e virtuale – che così spesso si trova a raccontare la propria condizione di precariato e indeterminatezza. Perduta l’innocenza col trauma collettivo dell’11 settembre, entrati nel mondo del lavoro intorno alla crisi economica del 2008, i millennial hanno con l’ingresso (sovente tardivo) nell’età adulta un rapporto fumoso e conflittuale, di tormentata e prismatica definizione di sé, in continua contrattazione con le aspettative che la società proietta loro addosso. Aspettative che spesso sono più ottuse e incalzanti nei confronti delle donne, ed ecco perché ci pare così interessante il lavoro che le registe e le sceneggiatrici millennial hanno portato sullo schermo negli ultimi due lustri: autobiografici o meno, di genere o degeneri, senza mai pretendere di farsi manifesto generazionale hanno messo in immagini un sentimento tanto imprendibile quanto lancinante. 

La regina delle millennial cinematografiche, oggi, è Greta Gerwig, forte del successo del suo Barbie, ma già autrice anche quand’era solo interprete (e poi co-sceneggiatrice) della scena mumblecore, corpo attoriale capace di incarnare come nessun’altra la sindrome dell’impostore; in tre film dietro la macchina da presa ha poi delineato una poetica imperniata saldamente sul percorso di autodeterminazione femminile, dall’adolescente di Lady Bird alla bambola Margot Robbie, passando per le Piccole donne.

Diventare se stesse non è un gioco da ragazze, lo sa bene un’altra esponente dell’ansia millennial quale è Lena Dunham, newyorkese creatrice della seminale serie HBO Girls, che in sei stagioni ha raccontato il romanzo di formazione di un quartetto di giovani donne imbozzolate nel proprio privilegio, nel narcisismo e nell’assillo dello sguardo altrui su di loro; tornata alla regia cinematografica nel 2022, l’ha fatto con una doppietta assai significativa di coming of age opposti e complementari, con un ludico film, Catherine, tratto da un romanzo per ragazzi, e con un’urticante satira sull’oggettificazione del corpo femminile e sul tabù del piacere sessuale, ossia Sharp Stick – Lezioni di vita

E proprio mettere al centro il corpo, spogliare il femminile dai preconcetti in cui è stato abbottonato, è un altro dato comune alle registe millennial, a partire da una delle più blasonate, che può già vantare una Palma d’oro: la francese Julia Ducournau, che ha esordito con il folgorante horror cannibalico Raw – Una cruda verità, dove la mutazione adolescenziale diventa cruenta e famelica scoperta di sé, e ha poi scioccato la platea cannense con Titane, imprendibile racconto di (de)formazione dove il corpo androgino della protagonista, travestita da ragazzino e incinta di una creatura ibrida uomo-macchina, diventa terreno di sfida contro ogni luogo comune dei generi (cinematografici come sessuali).

Il corpo desiderato, frustrato e martoriato della donna è pure il fulcro di un altro grande esordio millennial, Santa Maude della londinese Rose Glass (la cui opera seconda, Love Lies Bleeding, sarà alla prossima Berlinale): incagliata nella dicotomia soffocante tra “santa” e “puttana”, la protagonista si ripara dallo sguardo giudicante degli altri ritirandosi in un progressivo misticismo che la annichilisce, devota a una causa proprio come l’ossessionata Cassandra di Una donna promettente, l’esordio di un’altra britannica millennial, Emerald Fennell. Rape & revenge per interposta persona, il film vincitore dell’Oscar 2021 per la migliore sceneggiatura vede la protagonista impegnata a vendicare la sua amica, vittima di una violenza di gruppo, tentando di dare agli uomini abusanti una lezione; ma anche Cassandra, avviluppata in questa causa divorante, è una millennial “bloccata” alle soglie dell’età adulta, rimasta in uno stadio di perenne adolescenza, come se il trauma le avesse impedito di diventare se stessa. 

Il legame con l’età infantile e adolescenziale è uno dei fil rouge più solidi nei lavori delle registe di questa generazione; Past Lives intesse un doppio romanzo di formazione a partire da un amore prepuberale, mai realmente consumato, eppure rimasto come una stella polare nella ricerca identitaria della protagonista Nora; cerca qualcosa di sé in quei ricordi, in quella vita precedente, e il suo sfiorare i lacci profondi col passato ricorda quello di un altro amatissimo esordio recente, quello della scozzese Charlotte Wells, che in Aftersun indaga le immagini di assolati home movies provenienti da una vacanza col padre per cercare, sì, pezzi del genitore, ma soprattutto pezzi di sé. 

Frammenti che potrebbero essere nel passato, in un altrove quasi magico cui si affida il potere di rivelare la propria identità, come accade alle radici coreane di Nora (e al concetto chiave del film, quello racchiuso nella parola In-Yun, ossia il destino delle relazioni); sulle radici lavorano due autrici italiane millennial come Alice Rohrwacher e Laura Samani. La prima ormai tra i nomi di punta del cinema nostrano esportato all’estero, dopo il coming of age di Corpo celeste ha spostato il suo sguardo su un passato recente (Le meraviglie, La chimera) o arcaico e indefinito (Lazzaro felice) per rintracciare in quell’Italia rurale e in quelle comunità uno specchio in cui la sua generazione possa cercarsi, guardando indietro agli errori o alle intuizioni delle generazioni precedenti. Samani, invece, col suo luminoso esordio Piccolo corpo, recupera la lingua della sua terra, il friulano, e lega profondamente al territorio la storia di una giovane madre di inizio Novecento, costretta a confrontarsi con la perdita inimmaginabile di una figlia appena nata, e di conseguenza con le leggi non scritte che governano i corpi femminili. 

Il rapporto con le radici, così stratificato nel film di Celine Song, è uno dei motori del cinema di altre registe millennial sospese “tra due mondi”: come Chloe Zhao, cinese naturalizzata statunitense, che con Nomadland ha conquistato il Leone d’oro e poi l’Oscar, raccontando di un’America marginale e “aliena”, quella di chi vive, appunto, completamente sradicato, i nuovi nomadi che portano con sé su quattro ruote le proprie case; uno sguardo esterno sugli Stati Uniti, da parte di un’altra autrice che, come Song, usa la propria “sospensione” per guardare luoghi, persone e relazioni da un’altra angolazione.

Tra Cina e America si muove anche l’opera di Lulu Wang, nata a Pechino e cresciuta a Miami: la sua dramedy The Farewell – Una bugia buona, con protagonista l’ottima Awkwafina, affonda nell’esperienza personale della regista per mettere in scena il ritorno in Cina di una giovane donna cresciuta negli Usa, con tutto il bagaglio di attrito culturale che questa visita comporta. Wang è tornata sul tema dello sradicamento e del divario culturale nella sua nuova serie per Prime Video, Expats, che segue le vite intrecciate di un gruppo di donne straniere trasferitesi a Hong Kong. A essere una terra straniera, anche in questo caso, non è solo la nazione in cui vivono e la diversa realtà sociopolitica, ma una parte di sé con cui le protagoniste cessano – o tentano disperatamente – di essere in contatto, in una ricerca identitaria che passa prima di tutto dal confronto, dallo sguardo sull’altro da sé. Come in Past Lives, le vite passate in gioco, qui, non sono solo le proprie singole esistenze, ma anche quelle di chi si incontra (grazie allo In-Yun? Forse), e la possibilità di condividere, di essere parte di qualcosa, di legittimare la propria identità resta una delle speranze (o una chimera?) del cinema firmato dalle autrici millennial.

 

*Ilaria Feole è nata a Milano nel 1983. Scrive di cinema e serie tv per il settimanale Film Tv, è docente alla Civica scuola di cinema Luchino Visconti e alla Scuola Holden e fa parte del comitato di selezione della Settimana internazionale della critica della Mostra di Venezia. È autrice delle monografie Wes Anderson – Genitori, figli e altri animali (Bietti, 2014) e C’era una volta in America di Sergio Leone (Gremese, 2018) ed è tra gli autori di Architetture del desiderio – Il cinema di Céline Sciamma (Asterisco, 2021). 
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