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Woody Allen
I colpi di (s)fortuna nel cinema di Woody Allen

Aspettando Un colpo di fortuna, in sala dal 6 dicembre, ripercorriamo il ruolo del caso nel cinema di Woody Allen.

Di Mattia Carzaniga*

«È incredibile come cambia la vita se la palla va oltre la rete o torna indietro, no?». Inutile dire da che film viene questa battuta, ma ricordarlo male non ci fa, anzi. Uscito nel 2005, Match Point è l’opera forse spartiacque tra il Woody Allen di “prima” e quello di “dopo”. È uno dei suoi preferiti, a detta di lui stesso. Ed è quello che fa i conti, in maniera insieme autocitazionista ma mai autocompiaciuta, con il filo rosso che attraversa la poetica – e la filosofia di vita – del regista newyorkese: è il caso a governare tutto, sempre.

«In ogni cosa è importante avere fortuna», dice sempre in quel film Chris, vale a dire il personaggio interpretato da Jonathan Rhys Meyers, l’arrampicatore sociale pronto e disposto a tutto, il Bel-Ami del nostro tempo. «Be’, io non credo nella fortuna, credo nel duro lavoro», replica Chloe (Emily Mortimer), la moglie ricca messa però in ombra – lo sapete – dalla fulgida Nola (Scarlett Johansson). «Ah, il lavoro è indispensabile», va avanti Chris, «ma tutti hanno paura di ammettere quanta parte abbia la fortuna. In fondo gli scienziati stanno confermando sempre di più che la vita esiste solo per puro caso. Nessuno scopo. Nessun disegno». Rieccola, la filosofia di vita. Messa dentro tantissimi film, dentro i suoi libri e la sua autobiografia (A proposito di niente: perché in fondo avviene tutto per caso, appunto), in decine di battute, aforismi, frasi che citiamo ancora oggi a memoria.

Un colpo di fortuna

E giunto fino al suo ultimo film, con un titolo che più didascalico (detto in senso buono) non si potrebbe: Coup de chance, in italiano Un colpo di fortuna, presentato fuori concorso all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e dal 6 dicembre nelle sale italiane con Lucky Red. Arrivato al suo cinquantesimo film, Woody Allen non ha più bisogno di rimandare, di farci aspettare, di mettere quella sua filosofia di vita più in là nella storia. Il ruolo del caso è forte e chiaro fin dalla primissima scena.

Fanny (Lou de Laâge) sta passeggiando per le strade di Parigi quando incontra Alain (Niels Schneider). È un suo vecchio compagno di liceo, tornato in città dopo tanti anni negli Stati Uniti. La macchina da presa comincia a girare vorticosamente (meravigliosa la fotografia del decano Vittorio Storaro, da anni collaboratore fisso di Allen) mentre i due si aggiornano sulle rispettive vite: lei è sposata “bene” a un borghese molto facoltoso (Melvil Poupaud), lui ancora uno spiantato col sogno mai domato di una vita bohemienne. Non c’è bisogno di aggiungere altro: sappiamo da subito che è il caso ad averli fatti incontrare di nuovo, e anche che il caso giocherà un ruolo cruciale nello sviluppo di questa storia, della loro storia. Tinta di rosa e di giallo insieme, tra pranzi nella campagna francese, feste con vista Tour Eiffel e quello che, a tutti gli effetti, sembra proprio un omicidio.

Indagini su uomini e donne al di sopra di ogni progetto

Il caso ha giocato un ruolo determinante anche nella vita di Allan Stewart Königsberg, così all’anagrafe, e del suo cinema, la cui spina dorsale è sempre stata rappresentata dal confine spesso sottilissimo che separa fato e libero arbitrio, destino e scelte personali. Forse tre sono le tappe fondamentali, in questa mappa dei coups de chance alleniani: Crimini e misfatti del 1989, se non la matrice, forse l’esito tra i più alti per quanto riguarda l’esplorazione di questo insanabile dibattimento “presso sé stesso”; il citato Match Point, per molti il titolo più rappresentativo e “sintetico” in materia; e, adesso, Un colpo di fortuna, il cinquantesimo film che, dice Allen, potrebbe anche essere l’ultimo (Dio non voglia). E che però, se così tristemente fosse, chiuderebbe simbolicamente la sua carriera con uno dei temi che gli stanno più a cuore, forse “il” tema in assoluto.

Quei film sono però sempre stati intervallati, nel corso del tempo, da tantissimi altri titoli. Anche, soprattutto, quelli della sua filmografia più recente: da Irrational Man a La ruota delle meraviglie – Wonder Wheel, fino a Un giorno di pioggia a New York, tutti indagini su uomini e donne al di sopra di ogni progetto – perché tanto arriva il caso a smontarli tutti.

«Chi disse “Preferisco avere più fortuna che talento” percepì l’essenza della vita». Woody lo fa dire al solito Chris/Jonathan Rhys Meyers di Match Point, ma è chiaro che a parlare, come sempre, è lui stesso. Uno che – lo si evince anche dal memoir che citavo al principio, A proposito di niente, uscito nel 2020 – vi dirà sempre che lui mica è un grande del cinema, ha solo avuto un gran culo (pardon). Che avrebbe potuto continuare a scrivere «le battute sulle suocere», come le liquida sempre in quel libro, e i varietà televisivi, e che solo per caso si è ritrovato a scrivere i film, interpretarli, dirigerli. Una vita e una carriera, le sue, che sono state davvero un colpo di fortuna. Per noi, prima di tutto.

 

 

 

* Nato nel 1983, Mattia Carzaniga è un giornalista specializzato in cinema, cultura e costume. Collabora con diverse testate, tra cui Rolling Stone Italia, di cui è responsabile per la sezione Cinema & Tv, Vanity Fair Italia, Domani e Rivista Studio, ed è il volto di Rai Movie dai festival di Venezia, Roma e Torino. Ha pubblicato i saggi L’amore ai tempi di Facebook (Baldini & Castoldi, 2009, scritto con Giuseppe Civati) e Facce da schiaffi (add editore, 2011).
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