Dieci film per ripercorrere la filmografia di Oliver Stone, che torna al cinema con il restauro 4K della Director’s Final Cut di The Doors.
Era il 2009. All’epoca avevo nove anni e mio padre mi fece vedere W. in prima televisiva su LA7, perché (pare) Silvio Berlusconi non avesse gradito la rappresentazione fatta nel film dell’alleato George W. Bush e avesse quindi ostacolato in ogni modo la ricerca di un distributore italiano. Per quanto potei capire di quel film, che avrei rivisto innumerevoli volte nel corso della mia vita e che considero tutt’ora il migliore della cosiddetta Trilogia Presidenziale, fu così che conobbi quello che considero tutt’ora il più grande regista del cinema politico americano. In Italia abbiamo avuto Petri e Rosi. In America, hanno avuto Oliver Stone.
Educato episcopale, figlio di divorziati, marinaio mercantile e poi nel 1967 – “pivotal moment”, direbbero gli americani – arruolato volontario all’età di vent’anni. In Vietnam non è certo un contestatore: decorato con la Air Medal per aver partecipato a 25 assalti in elicotteri, di quelli che radevano al suolo i villaggi come si vede in Apocalypse Now di Coppola; poi ferito due volte in combattimento e per questo decorato con la Bronze Star Medal e la Purple Heart. Torna in patria, si laurea in cinema e sviluppa coscienza politica. L’esperienza della Guerra in Vietnam tornerà in più di un suo film, ma sarà più in generale l’innesco di una carriera passata a mettere in crisi ogni tassello dell’apparato e della mentalità americana, dei suoi sogni e dei suoi incubi.
Il film in cui quei sogni e incubi s’incontrano fino a confondersi, alimentandosi l’uno dell’altro, è probabilmente The Doors, il biopic musicale su Jim Morrison con protagonista un somigliantissimo Val Kilmer. È un film strano, violento, contestato dallo stesso gruppo, ma che vive delle psichedelie di quei brani proibiti che Stone ascolta per la prima volta proprio mentre si trova in Vietnam. Jim Morrison è per lui il poeta, l’anarchico, il blasfemo: colui che avrebbe potuto incarnare l’alternativa a tutte quelle storie anti-americane che andava raccontando, ma che sarebbe stato fagocitato dalla sua stessa personalità. The Doors ricorda un modo di fare biopic musicali come non se ne vedono più e per questo, dovete assolutamente andare a vederlo al cinema il 13-14-15 luglio, riportato in sala da Lucky Red nella versione Director’s Final Cut restaurata in 4K.
Nell’attesa, ripercorriamo la filmografia di Oliver Stone in 10 grandi film.
Nel 1986, il quarantenne Oliver Stone si sta facendo un nome. Ha già firmato alcune sceneggiature di successo, fra cui spicca Scarface di Brian De Palma, e ha diretto Salvador con James Woods, primo ritratto antibellicista contro gli interventi militari e di destabilizzazione geopolitica targati USA. Ma poi esce Platoon, ed è un fulmine a ciel sereno. I produttori non vogliono un altro film sul Vietnam scritto da questo signor nessuno, tanto più che sono già usciti Apocalypse Now e Il cacciatore. Ma la forza del ricordo personale fa breccia e Oliver Stone vi condensa tutta la sua esperienza, tant’è che la sceneggiatura risale a poco dopo il suo ritorno dal Vietnam. Con un cast che comprende Willem Dafoe, Tom Berenger e un Charlie Sheen desideroso forse di uscire dall’ombra del padre Martin, protagonista del film di Coppola, Platoon vince quattro Premi Oscar fra cui Miglior Film e Miglior Regia. Il successo è tale da costringere Stanley Kubrick in persona a posticipare l’uscita di Full Metal Jacket.

L’anno dopo di Platoon, Oliver Stone richiama Charlie Sheen come protagonista di questo film in cui tutti, però, ricorderanno il cattivo: Gordon Gekko, squalo della finanza senza scrupoli interpretato da un gracchiante Michael Douglas. Wall Street è per Oliver Stone il cuore marcio (e forse più vero) d’America, il luogo dove “il denaro non dorme mai” e nessun compromesso è più importante del fare soldi. Il più delle volte, contro la retorica filo-capitalista, ai danni di qualcun altro. Il giovane Bud Fox, ambizioso broker non ancora avvezzo all’insider trading, borsa drogata e titoli tossici, deve scegliere se abbracciare la dottrina Gekko speculando sulla compagnia aerea in cui il suo stesso padre – interpretato proprio da Martin Sheen – lavora come capo sindacale. In questo ritratto spietato delle vere sale del potere, quelle della finanza, si affaccia l’altro grande tema psicosociale del cinema di Oliver Stone: il rapporto con il padre e i danni che può fare, quando irrisolto.

Giusto pochi giorni fa è ricorso il 4 luglio, Giorno dell’Indipendenza che quest’anno ha visto festeggiare i 250 anni, un quarto di millennio, dalla fondazione degli Stati Uniti d’America. E nel 1989, anno della Caduta del Muro, Oliver Stone se ne esce con un altro film sul Vietnam che però, più dell’esperienza bellica, racconta l’aftermath. Il protagonista Ron Kovic, veterano realmente esistito e portabandiera del movimento pacifista, somiglia molto al giovane Stone. È un ragazzo americano medio, cresciuto da cattolico e arruolato volontario in Vietnam all’età di 18 anni. Il suo patriottismo è alimentato dal giorno della sua nascita: il 4 luglio. Ron Kovic è un figlio d’America, ma l’America è maestra ad abbandonare i suoi figli. E Ron Kovic se ne accorgerà a sue spese quando, finito in sedia a rotelle a causa di un colpo alla schiena che gli ha reciso la spina dorsale, prenderà consapevolezza della condizione dei veterani e svilupperà coscienza politica. Un grande film interpretato da un grande protagonista, Tom Cruise, che spesso dimentichiamo con quanti registi veterani abbia lavorato.

Se riletto all’interno della sua filmografia, The Doors potrebbe sembrare un film su commissione per Oliver Stone. Perché un regista che avrebbe parlato di guerra, finanza e politica – di tutte le più incestuose sale del potere militare, economico e governativo – dovrebbe fare un film sul più incestuoso dei grandi cantautori americani? Proprio per questo motivo: perché The Doors non ha nulla del facile e apologetico biopic musicale. E a dimostrarlo sono le enormi difficoltà iniziali affrontate da Stone per fare suo il progetto. I sopravvissuti dei Doors e in particolare Ray Manzarek, tastierista e co-fondatore della band, non sono affatto contenti della rappresentazione che Stone promette di fare del loro frontman. Il Morrison di Val Kilmer è un bambino perduto, fragilissimo e per questo imprevedibile, incontrollabile e violento persino nei confronti della sua stessa compagna Pamela, qui interpretata da Meg Ryan. Tradendo ed esasperando tratti e momenti della vita di Jim Morrison, Stone realizza un biopic lisergico più dalle parti di un Paura e delirio a Las Vegas, violento quanto il suo bisogno di credere che la filosofia psichedelica della controcultura potesse assurgere ad alternativa. Ma Jim Morrison, una candela che bruciava troppo ardentemente da entrambi i lati, si sarebbe spento troppo presto, distrutto dalle sue stesse epifanie miste a quel culto famelico della fama che l’America voleva costruire intorno a lui. Per disinnescarlo, o ucciderlo.

Lo stesso anno di The Doors esce uno dei pochi film che siano stati capaci – e già questo ha dell’incredibile – di influenzare direttamente l’agenda del governo USA. Di far cambiare versione ufficiale all’America. Perché prima di JFK, la teoria accettata era quella voluta dai mandanti: che a uccidere il Presidente John Fitzgerald Kennedy in quel di Dallas, 22 novembre ’63, furono i colpi sparati dal tiratore libero Lee Harvey Oswald dal sesto piano del Texas Book School Depository. Ma le cose non tornano, i colpi sparati sembrano troppo ravvicinati, quello fatale entra nel collo di Kennedy da una traiettoria impossibile e strani movimenti sembrano circondare Oswald nei mesi precedenti all’attentato. Sembra esserci la mano della CIA, la stessa che non aveva mai fatto mistero di infiltrare o circuire elementi instabili nei movimenti di sinistra di ogni parte del mondo, così da addossare loro la colpa. Oliver Stone riparte proprio dalla teoria del secondo cecchino e dei legami con la CIA per costruire questo procedural kolossal di oltre tre ore, che con protagonista un immenso Kevin Costner avrebbe inaugurato la cosiddetta Trilogia Presidenziale. E ancor di più, avrebbe smosso talmente le acque (dopo un’enorme campagna messa in atto per screditare il film) da far riaprire una commissione parlamentare che avrebbe accettato la tesi del secondo cecchino. Non quella della CIA, ma su quella non abbiamo bisogno di conferme.

Ho sempre pensato che Natural Born Killers suonasse come un’assonanza rispetto a Full Metal Jacket. C’è l’esaltazione della violenza, l’assuefazione e l’indottrinamento di una generazione cresciuta a stragi, delitti e serial killer raccontati in TV come fossero noccioline. Natural Born Killers è il film con cui Oliver Stone sposta la lente sul fronte interno, su di noi, e ci mostra gli effetti di tutti quegli anni passati ad abituarci alla visione e l’esecuzione della morte. Attraverso la guerra, attraverso la televisione. Mickey e Mallory, due sadici interpretati rispettivamente da Woody Harrelson e Juliette Lewis, sono la versione contemporanea di Bonnie e Clyde. Molto più violenti e paradossalmente molto meno fuorilegge, perché anzi necessari alla narrazione sociale voluta dal potere. Nel film di Oliver Stone – che modificò sostanzialmente la sceneggiatura a firma Quentin Tarantino, rendendola molto più politica e portandolo quindi a disconoscerla – c’è il rapporto di simbiosi fra il macabro e i media, qui incarnati da un giovane Robert Downey Jr. agli inizi di carriera, prima di scomparire momentaneamente dalle scene. C’è A sangue freddo di Truman Capote, che per primo coniò l’espressione di “assassini nati” e ricorda il “born to kill” di Kubrick. Ci siamo noi, cresciuti a pane e morboso true crime. Forse per questo, ricevette tante critiche all’uscita: perché ci sbatté in faccia chi eravamo diventati, in cosa ci avevano trasformato.

Il discorso sul governo ombra che Oliver Stone aveva coraggiosamente, ma anche prudentemente accennato nel terzo atto di JFK – Un caso ancora aperto, lo riprende nel 1995 con Nixon – Gli intrighi del potere, secondo capitolo (forse il più debole) della sua Trilogia Presidenziale. L’anno prima Nixon era morto e questo aveva incoraggiato ulteriormente Stone a realizzare il film su una delle presidenze più oscure della storia americana. Nixon ripercorre l’ascesa di questo piccolo senatore che con un linguaggio politico violento e spregiudicato era partito dall’Orange County, una delle contee più conservatrici della progressista California, alla conquista dello Studio Ovale. Era stato Vicepresidente di Eisenhower e questo l’aveva reso il candidato in pectore della futura Presidenza, ma viene battuto da Kennedy. Non lo permetterà una seconda volta, eletto a strada spianata dopo la morte di Bobby Kennedy in circostanze altrettanto sospette. C’è la sua mano, suggerisce il film di Stone, dietro la metà delle porcherie americane di quegli anni: l’omicidio dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King, della Guerra in Vietnam e del golpe cileno. Ma Stone si concentra più sulla “Bestia”, quell’apparato industrial-militare interessato ai profitti bellici, che in JFK aveva voluto la morte di Kennedy in quanto contrario all’intervento e che aveva trovato in Nixon, invece, il suo perfetto fantoccio. Il Richard Nixon di Anthony Hopkins sembra un personaggio molto più noioso rispetto agli altri di Stone, perché non è il vero detentore del potere di cui fu espressione, e poi vittima sacrificale con lo Scandalo Watergate.

Dopo Natural Born Killers, l’altra assonanza va immediatamente a Any Given Sunday, in italiano Ogni maledetta domenica, l’intramontabile film sul football americano con protagonista Al Pacino nei panni dell’allenatore italo-americano Tony D’Amato, di cui tutti ricordano il discorso d’incoraggiamento negli spogliatoi. Lo sportivo è un genere sicuramente atipico per Oliver Stone, perché risente inevitabilmente di quella retorica del successo e della vittoria tipici del Sogno Americano, che Stone aveva così tanto osteggiato negli anni precedenti. Ma pur con qualche perplessità, il regista riesce comunque a costruire un film di genere inaspettato, capace di tradire alcuni dei suoi tropi per restituirci un’immagine ribaltata di questo sport. Perché innanzitutto, Any Given Sunday parte dai perdenti che perdenti restano, che nel finale non vincono fino in fondo e (forse) non saranno mai primi. Ma nel non esserlo, hanno imparato una diversa modalità del vivere comunitario in opposizione al desiderio americano di primeggiare. Ogni maledetta domenica parte dall’altro grande oppio dei popoli trasmesso dalla televisione – lo sport e più nello specifico il pallone, appuntamento e pensiero fisso domenicale per una massa informe altrimenti distratta dal mondo in guerra al di fuori di uno stadio – per promuovere una nuova retorica basata sulla collaborazione e l’integrazione razziale. Con un cast di famosissimi che comprendeva Cameron Diaz, Dennis Quaid, James Woods, Jamie Foxx, Matthew Modine, Aaron Eckhart e molti altri, Any Given Sunday ci dice a vincere è chi capisce di non dover vincere a ogni costo.

Saltiamo World Trade Center per passare alla conclusione della Trilogia Presidenziale, che Oliver Stone dedica a un POTUS ancora in carica all’epoca delle riprese: George W. Bush. Ciò che Stone non dice sulle Torri Gemelle, l’Afghanistan e l’Iraq in World Trade Center, un film stranamente retorico per i suoi standard e costretto in una soggettiva troppo ridotta per cogliere le conseguenze dell’11 settembre nel teatro mondiale, lo dice in W. due anni dopo. Prima ripercorre la turbolenta giovinezza della pecora nera dei Bush, una storica dinastia della politica americana che aveva già dato i natali a un Presidente nonché ex capo della CIA. Poi mostra l’ascesa di questo texano beota per qualche motivo capace di prendere la pancia del popolo. Infine, si concentra sul suo primo mandato, la pretestuosa guerra in Iraq e le influenze del Vicepresidente Dick Cheney, il vero manovratore all’ombra della presidenza. Il tutto ricondotto all’unico, freudiano motivo: il senso di inferiorità rispetto alla figura paterna. Quel: “Sappi che mi deludi Junior, mi deludi profondamente” così ben recitato da James Cromwell, che racchiude tutto il senso del film e delle politiche di Bush Jr., in primis la Seconda Guerra del Golfo. Per non parlare della scena madre del consiglio di guerra, una lezione di geopolitica per capire gli ultimi 30 anni di destabilizzazione USA del Medio Oriente, fino alla recente Guerra in Iran. Con un cast solidissimo che comprendeva Richard Dreyfuss, Jeffrey Wright, Toby Jones, Elizabeth Banks e un fenomenale Josh Brolin, W. è un film che guadagna sempre più di attualità ogni anno che passa.

Forse l’unico grande film di Oliver Stone in una conclusione di carriera che, purtroppo, non si sta dimostrando all’altezza dei suoi inizi. Sia per i soggetti scelti che per le posizioni politiche, che l’hanno spinto negli anni dall’altra parte della barricata, a scappare dalle fauci di un mostro per buttarsi fra le braccia di un altro. Ma per fortuna, nel 2016 c’è Snowden, un film che vive nel pieno dei leak di documenti e informazioni riservate riguardanti il governo USA, a partire da WikiLeaks di Julian Assange. Interpretato da Joseph Gordon-Levitt, che avrebbe fatto propria la battaglia contro le violazioni della privacy collettiva a opera delle moderne tecnologie, l’informatico ed esperto di cybersecurity Edward Snowden viene a conoscenza delle costanti violazioni delle libertà personali del popolo americano da parte di servizi come CIA e National Security Agency. E così ruba quei dati, rendendoli pubblici e rischiando la sua stessa vita. Snowden disseziona dall’interno i sistemi di iper-sorveglianza su cui si basano le nostre cosiddette “democrazie”, sistemi che permettono di schedare e archiviare ogni millimetro delle nostre vite a partire dai dati che forniamo nell’uso di qualunque mezzo digitale. Perché se sai tutto di qualcuno, se lo conosci meglio di quanto non si conosca lui stesso, puoi influenzarlo, manovrarlo, circuirlo. Un sistema silente di controllo di massa totalitario, che aspetta solo che quella massa provi a svegliarsi, per rimetterla a dormire con la facilità di un click.

Oliver Stone ha raccontato e anticipato il mondo di oggi come pochi altri ci sono riusciti, e affrescato l’America come nessuno. The Doors è un appuntamento imperdibile e vi aspetta al cinema, nella Director’s Final Cut restaurata in 4K, solo il 13-14-15 luglio.