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La piccola Amélie è un viaggio sensoriale nella mente dei bambini

Ora al cinema, La piccola Amélie è un film perfetto per i più piccoli, ma ricorderà agli adulti tutto ciò che hanno dimenticato.

Di Carlo Giuliano*

Si dice che i bambini possano vedere i fantasmi. Che la mente, nell’infanzia, sia capace di produrre immagini, rappresentazioni e connessioni psico-neurali che vanno via via a perdersi con l’arrivo dell’età adulta. Aristotele la chiamava phantasia (ϕαντασία), ciò che noi chiameremmo “fantasia” associata alla “meraviglia”, cioè la capacità di produrre immagini mentali nel pensiero astratto a partire da recettori sensoriali. 

Detta semplice: il nostro cervello riceve stimoli esterni e a partire da essi produce pensieri più o meno organizzati, e questa capacità di tradurre le sensazioni in libere associazioni sarebbe tanto più forte nella mente dei bambini che in quella degli adulti. E dei “matti”, e degli artisti, e di coloro che sperimentano viaggi psichedelici. Non è un caso che questa teoria abbia trovato grande fortuna – e stia ritrovando, negli ultimi anni, riscontri in ambito scientifico – a cavallo fra gli anni ’50 e ’60, quando si stavano iniziando a studiare gli effetti del viaggio psichedelico. Ci arriviamo.  

Bene, c’è un film d’animazione appena uscito al cinema che per il 90% appare per quello che è e che vuole essere: un film sulla primissima infanzia, adatto alla primissima infanzia. Tratto dal romanzo bestseller Metafisica dei tubi di Amélie Nothomb, La piccola Amélie è un viaggio sensoriale, pieno di meraviglia e di magia, ambientato nel Giappone di primi Anni ’60. Ha per protagonista una bambina – Amélie, che è anche la narratrice della storia – fin da quando è un feto nella pancia di sua mamma. Il padre è un diplomatico belga che si è trasferito con la famiglia nella terra del Sol Levante e sarà in quel paradiso naturalistico che Amélie imparerà a parlare, a camminare e scoprirà il mondo nei suoi primi tre anni di vita. 

Insomma, i genitori che stanno leggendo possono stare tranquilli, è un film perfetto da far vedere ai propri figli dai tre anni in su. Ma come tutti i grandi film d’animazione, La piccola Amélie può essere letto sotto una luce particolarmente interessante per il pubblico adulto. Non solo per le bellissime animazioni che uniscono lo stile orientale e occidentale e contano sul lavoro dei registi e illustratori Maïlys Vallade e Liane Cho-han, che nel 2015 hanno lavorato anche a Il piccolo principe. Non solo perché candidato al Golden Globe come Miglior Film d’Animazione e ben posizionato per una candidatura agli Oscar nella stessa categoria. Ma anche per tutto ciò che interessa in questo articolo e a chi ne sappia un pochino di letteratura psichedelica, con particolare attenzione all’opera di Aldous Huxley.

Le teorie di Aldous Huxley

Aldous Huxley è stato uno dei più grandi scrittori di fantascienza (e non) del secolo scorso. Nel 1932 pubblicò Il mondo nuovo, principale ispirazione di George Orwell per la stesura di 1984. Ma con l’avvento delle sostanze psichedeliche, a partire dalla sintetizzazione (fortuita) dell’LSD da parte del chimico e farmacologo svizzero Albert Hoffman nel 1943, Aldous Huxley è diventato uno dei più grandi teorici e studiosi del viaggio psichedelico. Nel 1954 esce uno dei testi madre di questa letteratura, Le porte della percezione, nel quale Huxley descrive le sensazioni registrate durante una seduta di mescalina. A questo segue, nel 1956, un secondo saggio dal titolo Paradiso e Inferno, dove Huxley arricchisce lo studio con una serie di riferimenti storico-religiosi sulle esperienze metafisiche e miracolari.

La teoria di Huxley è semplice e trova riscontro nel processo chimico di queste sostanze. L’acido lisergico agisce sul cervello attivando i recettori legati alla produzione di serotonina e dopamina e inibisce l’assimilazione di glucosio. Non è che permetta di “utilizzare di più il cervello”, ma riattiva e potenzia quelle aree che hanno a che fare con la sensazione, la percezione sensoriale, la fantasia e la creazione di immagini e visioni, tutte cose che il cervello produce in grande quantità appena nato e che va a perdere gradualmente via via che si conforma alla società. La teoria di Huxley è semplice: il nostro cervello produce naturalmente una grande quantità di dati non organizzati e funzionalmente “inutili”, e quello che succede quando cresciamo ed entriamo in società – coi suoi dettami, gli schemi e le categorie organizzate – è una sostanziale omologazione al fine di conformarci. Per funzionare “meglio”, in società, abbandoniamo tutte quelle capacità “superflue” che ci rendono imprevedibili, sognatori e disordinati. Quello che il viaggio psichedelico fa, è semplicemente di riportarci a quello stadio: a quando eravamo bambini.

Huxley continua poi – in Paradiso e Inferno e nelle sue interessantissime Appendici – paragonando quello stadio a tutta una serie di esperienze umane e storiche che di volta in volta sono state semplificate sotto l’etichetta di religione, allucinazione collettiva, produzione artistica e malattie mentali. Huxley fa dipendere tutte queste cose dai medesimi processi mentali. Spiega per esempio come all’epoca di Gesù ci fosse un grande rischio di infezioni e scarsa assunzione di zuccheri, ed è quindi probabile che tutto ciò che chiamiamo “miracoli” altro non fossero che allucinazioni prodotte dall’equilibrio chimico del cervello. Oppure come molti artisti siano persone in cui, quella produzione chimica di “fantasia” da parte del cervello, sia rimasta legata ai processi infantili e si sia conformata meno ai costrutti sociali. Infine, è ben documentata l’auto-assunzione di LSD da parte degli psicologi dell’epoca come simulatore di schizofrenia. In altre parole: bambini, artisti, apostoli e schizofrenici sono molto più simili, fra loro, di quanto non siano rispetto a un abitante medio della società. 

I bambini sono artisti che non hanno ancora perso la capacità di meravigliarsi e creare idee in libertà. Sono come apostoli di una Divinità. E tutto questo appare molto chiaro ne La piccola Amélie. 

Un viaggio sinestetico e sensoriale

La cosa che colpisce fin da subito, nel film creato da Maïlys Vallade e Liane Cho-han per spiegare (o ricordare) il mondo dei bambini agli adulti, è come questi abbiano scelto di rappresentare le sensazioni vissute da Amélie. Innanzitutto, la sua incredibile capacità immaginifica legata a determinate ricezioni sensoriali. Amélie è dotata di una profonda sinestesia, un fenomeno percettivo e neurologico effettivamente più presente nell’età infantile. 

La sinestesia è la capacità di trasformare la percezione legata a un senso, in un’immagine connessa a un altro senso. In altre parole: sento un suono e vi associo un colore, mangio un alimento e quello si trasforma non solo in una sensazione di gusto ma afferente a tutti e cinque i sensi. Un po’ come quell’intervista andata virale di recente, in cui Cynthia Erivo di Wicked spiega ad altre colleghe attrici di “avere la sinestesia” e Jennifer Lawrence le chiede che colore abbia una certa nota musicale. Oppure quando Amélie, nel film in oggetto, mangia per la prima volta il cioccolato bianco e sperimenta sensazioni mai viste. Non è un caso poi che il cioccolato sia legato alla produzione di serotonina, come diceva Al Pacino ne L’avvocato del diavolo: “L’amore? Chimicamente, non è diverso da una grande scorpacciata di cioccolato”.

L’altra cosa che colpisce è il rapporto di Amélie con il concetto di proporzione. In molte scene del trailer l’avrete vista fluttuare come un puntino sopra foreste di fiori. Questo perché, anche il concetto di proporzione, di rapporto fra “grande” e “piccolo”, è qualcosa che si acquisisce con la crescita. Quando siamo piccoli tutto ci appare “gigante” e questo non ha a che fare solamente con le nostre proporzioni ridotte, ma con un’organizzazione libera dell’assetto gerarchico del mondo. Io non sono più grande di un insetto, non sono più grande di un fiore. Ogni cosa può occupare una posizione predominante nell’ordine naturale delle cose. È l’antropocentrismo, sovrastruttura assolutamente figlia della società e non presente in natura, ad averci fatto credere di essere “più grandi” di tutto il resto del Creato. E proprio qui arriva l’ultima grande particolarità nella percezione di Amélie: il rapporto con la natura, il rapporto con Dio. 

Perché Amélie si sente “Dio”?

C’è una scena che colpisce molto ne La piccola Amélie, quando lei vede suo padre piangere per la prima volta. In quella scena, il film crea una giustapposizione di montaggio fra le lacrime del padre e le gocce di pioggia che cadono in giardino. Amélie, che ha esplorato quel giardino in lungo e in largo e per lei rappresenta tutto il suo mondo, crea un’associazione visiva e mentale tra un fenomeno individuale e un fenomeno naturale e collettivo. È un’ottima metafora per spiegare la tristezza ai bambini: papà piange perché è come una nuvola che ha accumulato troppo, e ha bisogno di liberarsi. Ma quelle lacrime, quella pioggia, sono ciò che permette al mondo di rifiorire.

Questa connessione fra microcosmo e macrocosmo, questa spinta a far aderire meccanismi della dimensione psicologica ai meccanismi del Cosmo, è una caratteristica tipica del viaggio psichedelico ed è ciò che più semplicemente chiameremmo: “Sentirci riconnessi alla Natura”. Letta in una luce religiosa, sentirci riconnessi con Dio, con tutto-ciò-che-è. E infatti, vi stupirà sentire Amélie, fin dall’inizio del film, riferirsi a sé stessa come a un “Dio”. Amèlie dice proprio: “Io sono Dio”, e questo le deriva dal suo rapporto di coesistenza con tutto ciò che le sta intorno. Non c’è confine fra ciò che succede dentro di lei e immediatamente intorno a lei, rispetto a ciò che succede nel mondo. È il non sentirsi “una parte” del mondo, una porzione di esso, ma in tutt’uno e in dialogo col mondo, la natura, il mondo vegetale e quello animale.

Questa assenza di confine, che la società ci insegna invece ad alzare come una barriera fra noi e tutto ciò che “non siamo noi” – per permetterci di sviluppare una protezione, l’autodeterminazione, e non per forza come forma di avversione e nascita di conflitto – Maïlys Vallade e Liane Cho-han lo rappresentano anche attraverso il particolare stile animato che hanno scelto per il film: una tecnica digitale in 2D priva di contorni netti. A differenza di quei fumetti in cui ogni oggetto o figura umana è circondata da un contorno nero che ben li separa da tutte le altre figure, qui è tutto un mescolarsi di immagini, figure, percezioni. E vista sotto questa luce, la fine dell’infanzia può essere considerata a tutti gli effetti come una sorta di cacciata dal Paradiso Terrestre, da quell’Eden in cui vive Amélie e qui rappresentato come lo sterminato giardino di una villa giapponese.

Insomma: i bambini vedono i fantasmi? In un certo senso sì e la ragione è gustosamente chimica. Ecco perché, come ci mostra La piccola Amélie in una scena molto eloquente, i bambini hanno più paura del mostro nell’armadio. Perché quando gli raccontiamo una storia che fa paura, loro sono in grado di visualizzare quella paura. Perché un adulto non potrebbe permettersi di vivere e al contempo risultare funzionale, se ogni volta che il suo datore di lavoro gli prospetta un problema di proporzioni inaggirabili, l’impiegato iniziasse a vedere mostri sotto la scrivania. Per alcuni adulti è ancora così e sono infatti quelli che chiamiamo, a seconda dei casi, “matti” o “artisti”, sempre intendendo che sono meno adatti alle pretese della società competitiva. Ecco, quello che La piccola Amélie fa, è spiegare tutto questo in modo tenero e accessibile a chiunque, soprattutto ai bambini. Forse, dopo averlo visto, sarete un po’ più disposti a credere al mostro sotto il letto. Vi aiuterà ad aiutarli ad avere meno paura. 

La piccola Amélie vi aspetta, ora, al cinema.

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.

 

 

 

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