Principessa Mononoke al cinema per la prima volta in 4K e con un nuovo doppiaggio: perché è la perfetta sintesi del cinema di Miyazaki?
Molti considerano Principessa Mononoke il più grande capolavoro di Hayao Miyazaki, se non addirittura di tutto lo Studio Ghibli. E se non il capolavoro – perché quando si tratta di Miyazaki e Ghibli, ciascuno ne cita uno diverso e tutti hanno comunque potenzialmente ragione – quantomeno il film che più ne abbia sintetizzato la visione, la filosofia, le battaglie. Non c’era forse film migliore, per iniziare un nuovo ciclo di restauri dei film dello Studio Ghibli. È il progetto di Lucky Red, che riporta Principessa Mononoke al cinema per una settimana dal 4 al 10 giugno, in una nuova versione per la prima volta in 4K e con un nuovo doppiaggio curato dallo stesso team dietro Il Ragazzo e l’Airone. È solo il primo appuntamento di un viaggio che ridarà nuova luce ai film Ghibli. Nell’attesa, parliamo di Mononoke.
La trama è nota: il giovane Ashitaka, principe delle pacifiche e isolate Terre dell’Est, difende il suo villaggio dall’attacco di un Dio-Cinghiale, una divinità animale indemoniata contro gli umani. Nella colluttazione viene infettato dal suo demone del rancore e se c’è una cura che possa salvarlo da morte certa, si trova nelle bellicose Foreste dell’Ovest. Lì, è in corso da anni una guerra tra fazioni di umani che si ripercuote inevitabilmente sulla Natura. E sulla cima della ribellione c’è Mononoke, una principessa guerriera cresciuta dagli spiriti della foresta. A primo impatto, appare chiaro come il film racchiuda molti dei temi ricorrenti di Miyazaki: il difficile rapporto fra Uomo e Natura, le opere d’ingegno messe al servizio di una guerra insensata, le eroine femminili.
Tutti questi elementi, così presentati nel 1997, anticiparono di trent’anni alcune delle battaglie più urgenti del nostro presente. Ma soprattutto, anticipano un concetto nato negli ambienti dell’accademia statunitense e arrivato a noi solo negli ultimi dieci anni: l’intersezionalità. Una pratica di lotta che riconosca le profonde congruenze tra le varie forme di subordinazione, oppressione, emarginazione e quindi fra le battaglie portate avanti da gruppi eterogenei – dall’ambientalismo, all’anticolonialismo, ai diritti delle minoranze fino alla lotta di classe – e che si attivi per unirle in un’unica lotta.
L’intersezionalità è l’antidoto al divide et impera e Miyazaki ce lo diceva già nel 1997.

Questo è il tema cardine della filmografia di Miyazaki. È presente come fondamenta del racconto, in misura più o meno centrale, nella quasi totalità dei suoi film. La natura, comprendente fauna e flora, si ritrova anche solo come elemento visuale preponderante in Laputa, Ponyo, Totoro e anche l’ultimo Il Ragazzo e l’Airone. Ma le più forti somiglianze con Principessa Mononoke si ritrovano nel suo primo grande film d’autore, Nausicaä della Valle del vento, il secondo dopo aver diretto Il castello di cagliostro per conto della saga di Lupin III. Come in Mononoke, anche in Nausicaä c’è una foresta che vive e respira come un organismo unico, che sta ripulendo la Terra dalle radiazioni di un’antica guerra termonucleare e che però, a un certo punto, si ribella all’umanità per la sua incapacità di comprenderne gli effetti benefici. Al centro del racconto di Miyazaki c’è sempre una lotta fra Uomo e Natura, il momento di ribellione della seconda contro il primo e la faticosa ricerca di un’armonia ristabilita. Di quest’armonia si fa spesso portatrice una tipologia molto ben definita di personaggi creati da Miyazaki, e questo ci porta all’altro gioiello della corona.
Hayao Miyazaki, un uomo di 85 anni anche piuttosto severo e proveniente da una cultura profondamente patriarcale come quella giapponese, è un regista completamente femminista. Non per forza nel senso che i suoi film parlano di lotte di genere e diritti delle donne. Piuttosto, nel senso che i veri protagonisti del cinema di Miyazaki sono quasi sempre le donne: sono i personaggi più sfaccettati, più tenaci, combattivi, risolutivi o anche solo dotate di una sensibilità in più che permette loro di accedere a mondi altrimenti celati agli altri, come nel caso de La città incantata. Le donne di Miyazaki curano il mondo o sono, addirittura, il mondo stesso. Rappresentano e incarnano in prima persona quell’intersezionalità fra lotte, quell’assimilazione fra corpo naturale e corpo femminile. Se parliamo infatti di “Madre Natura”, capisce Miyazaki, è perché questa ci porta in grembo tutta la vita, tonda come il pancione di una donna. E per tutta la vita continua a nutrirci e fornirci ogni bene di sostentamento. Tutto ciò che useremo in questa vita, da un frutto al microchip del nostro computer, ci viene dalla Terra. Farle del male sarebbe come violentare chi ci ha dato la vita.

E da qui si arriva direttamente al terzo punto cardinale di Principessa Mononoke e del cinema dello Studio Ghibli. Da figlio di un fabbricante di componenti per gli Zero, i famosi caccia della morte usati dal Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale, Miyazaki pensa alla guerra e all’aviazione per tutto il corso della sua vita, e questo si ritrova in moltissimi film: Kiki, Porco Rosso, Si alza il vento, Il Ragazzo e l’Airone e poi di nuovo in Laputa e Nausicaä. Si ritrova persino nello Studio Ghibli, che prende il nome da un apparecchio dell’aviazione italiana. In Nausicaä, in particolare, c’è il trauma giapponese per il post-atomico che si ritrova anche ne La tomba delle lucciole di Takahata. Ma in tutti, c’è la profonda comprensione che il cosmo funziona come un organismo unico e le guerre di uno diventano le guerre di tutti. Principessa Mononoke racconta di un mondo insanguinato dallo strapotere degli shōgun, cui si oppone la Città del Ferro della Signora Eboshi. Ma lo sviluppo di armi necessarie alla resistenza conduce allo sradicamento della Foresta, che porta a sua volta all’astio di Mononoke. Tutti hanno ragione, ma nessuno vuole cedere.
Principessa Mononoke è sì la protagonista e il simbolo di questo film. Ma il suo elemento risolutore, per una volta, è il giovane Ashitaka. Che infettato dal rancore, un demone che lo sta consumando dentro, comprende che l’unico modo per ritrovare una nuova armonia è conciliare tutte le lotte, mettere fine alle guerre fratricide e comprendere che, per tutto quanto abbiamo detto, siamo tutti figli della stessa Madre. In Principessa Mononoke c’è questo e molto di più. E l’unico modo che avete per riscoprirlo è andarlo a vedere in questa nuova versione doppiata, per la prima volta in 4K. Vi aspetta al cinema dal 4 al 10 giugno.