Al cinema dal 5 marzo, Nouvelle Vague racconta la lavorazione di Fino all’ultimo respiro: l’intervista al regista Richard Linklater
Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e passato poi per la Festa del Cinema di Roma, Nouvelle Vague di Richard Linklater arriva nei cinema italiani dal 5 marzo. Un gioiello di film eppure una responsabilità enorme, quella assunta da un regista statunitense nel raccontare la lavorazione di uno dei simboli del cinema francese: Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, interpretato da Guillaume Marbeck, affiancato da Zoey Deutch e Aubry Dullin nei panni di Jean Seberg e Jean-Paul Belmondo.
Ma Richard Linklater – autore di gioielli come Dazed and Confused, Boyhood, Hit Man e la Before Trilogy – sembra incapace di fare brutti film. Gliel’abbiamo detto nel corso di un’intervista alla Festa di Roma, dove ha ricevuto il meritato Premio alla Carriera. Abbiamo parlato del suo interesse per quel preciso momento storico e cinematografico, di come ha cambiato tutto e perché può risuonare ancora oggi. Soprattutto per chi, di Nouvelle Vague, non ne sa nulla.
Domanda scontata ma essenziale: perché Nouvelle Vague? Cosa ti interessa così tanto, da regista e da spettatore, di quel periodo cinematografico?
Ciò che si verificò in quel tempo e in quel luogo è qualcosa di estremamente affascinante. Ed era stimolante poter creare una macchina del tempo per tornare indietro a quel momento. Ci sono state tante rivoluzioni nel cinema, ma mai come in quegli anni si è respirata aria di cambiamento. Così tanti grandi film e grandi registi che, con le loro successive carriere, avrebbero segnato la storia del cinema. Il mondo stesso stava cambiando e loro se ne accorsero a tal punto da dargli un nome: era una Nuova Ondata. Volevo confrontarmi con questa fase di pura rivoluzione storica e cinematografica. Un grande “dove e quando” in cui essere vivi.

E perché proprio Fino all’ultimo respiro?
Sai, era già cominciata con Truffaut e Chabrol, tant’è che Jean Seberg voleva lavorare con loro. Ma era il momento di Godard. Sono sempre stato affascinato da quel senso di eternità, di euforia e di terrore che accompagna la creazione di un’opera prima, nella carriera di un regista. Anche quello è un momento irripetibile. Ma per me, Fino all’ultimo respiro rimaneva comunque un punto di partenza per parlare di tutto quel momento culturale e della mentalità che c’era dietro.
Questo non è solo un metafilm, ma un backstage dietro le quinte che segue giorno per giorno la lavorazione di Fino all’ultimo respiro. Quanto è stato complesso come approccio e a quali fonti ti sei appoggiato?
Quella è stata la parte più divertente. Come me, gli autori del soggetto, Holly Gent e Vince Palmo, sognavano da 30 anni di immortalare quel “dove e quando”. Ma la domanda è come? Fortunatamente, trent’anni dopo abbiamo molti più documenti e testimonianze su com’è andata. Sono stato negli archivi, ho esaminato ogni foto, l’intero piano di produzione giorno per giorno: saprei dirti che lente hanno usato per ogni singola scena, quanti take fecero per ciascuna. È affascinante riuscire a vedere un film di qualcun altro così da vicino. E anche dopo tutto quello studio, l’unica cosa che non saprei dirti è come diavolo ci siano riusciti. È stato un miracolo. Per come è stato ideato, quel film non dovrebbe esistere. Sicuramente va dato un grande credito a Seberg e Belmondo: qualcosa di magico avvenne fra loro due, che Godard seppe immortalare.
Godard ruppe un’infinità di regole della grammatica cinematografica precedente, in un certo senso impose l’idea stessa che il cinema non debba avere regole. Condividi questo approccio, nei tuoi film?
Devi seguire le tue esigenze. Non rompi le regole per il gusto di rompere le regole, non è casuale. Lo fai per ottenere un risultato mai visto prima. Le storie sono sempre le stesse, il punto è “come” le racconti. La sceneggiatura è il “come” e la regia è, per il grosso, un problem solving di quel “come”. Certe volte devi reinventare tutto per far funzionare la storia così come te la sei immaginata. Essere artisti significa questo: non tanto essere liberi per il principio di essere liberi, ma ridare di volta in volta una forma e ridisegnare i confini della tua libertà, in un mondo che ti vuole sempre uguale. Il mondo ci vuole tutti uguali e sviluppa regole e costrizioni per aumentare guadagno, produttività ed efficienza. Se vivi la tua vita secondo queste regole, non vivrai una vita molto interessante perché non sarà la tua, ma quella di qualcun altro. Devi riconnetterti con te stesso e capire cosa funziona per te.
Hai detto che c’è sempre una rivoluzione cinematografica in corso da qualche parte. C’è qualcuna che ti interessa in particolare, in questo momento storico?
Il Noul Val, o Nuovo Cinema Romeno. Nomi come Cristian Mungiu e Radu Jude in particolare mi interessano molto, trovo alcuni dei suoi film davvero radicali. Ma anche il Nuovo Cinema Tedesco. Dovunque ci sia una (non l’unica) Nouvelle Vague, lì c’è il vero spirito del tempo. Si tratta di confrontarsi con il passato e rimodellarlo al presente. Apprezzo chiunque provi a fare questo, a esprimersi nella propria contemporaneità. Spesso le persone dimenticano la vera novità imposta dalla Nouvelle Vague, cioè il concetto che il cinema potesse essere intimo e personale. Truffaut lo disse: “Il cinema del futuro sarà un atto d’amore e un processo personale”. Il fatto che oggi si possano fare film che raccontano esperienze personali e soggettive, storie d’amore non per forza universali o persino l’infanzia di un autore, si deve anche a loro. Nasceva una nuova, spontanea espressione del sé. Lavorando secondo le proprie possibilità, seguendo i propri tempi e senza una lira. La spontaneità soprattutto, è una parola chiave della Nouvelle Vague. Fino all’ultimo respiro fu la massima espressione di tutto questo. Certe volte penso sia stato il primo vero film punk rock della storia.

Lo chiedo a chiunque realizzi un metafilm: perché vediamo sempre più metacinema, oggi? Cosa ci dice questa tendenza all’autoriflessione, dello stato attuale?
Non so se se ne veda di più oggi che in altre epoche. Sicuramente ci sono dei momenti di riconsiderazione, di autoanalisi: vedi Cantando sotto la pioggia o 8½ di Fellini. Intanto perché i registi parlano un sacco di se stessi e quindi anche del loro stesso contesto. E anche quando parlano di altre epoche o altri registi, è come se si stessero guardando allo specchio: un autoritratto. Credo che il pensiero artistico sia costitutivamente meta-pensiero, crea arte per l’arte. E quando trovi la giusta occasione per metterlo in scena, è molto stimolante.
La responsabilità più grande era sicuramente trovare il giusto Jean-Luc Godard e per quanto reso identico, Guillaume Marbeck ha ironizzato sull’iniziale dissomiglianza. Come hai capito fosse perfetto per il ruolo?
Ho incontrato quattro o cinque potenziali Jean-Luc Godard che gli somigliavano molto, un paio di occhiali scuri ed era fatta. Ma il casting non si basa solo sulla somiglianza, si basa sull’atteggiamento. E lui ha portato proprio quello, questa strana sicurezza. Non era come gli altri, di certo ne sapeva molto sul tema, ma poi aveva questo strano umorismo, l’atteggiamento smargiasso, l’arroganza e la stramberia allo stesso tempo. Aveva quella tipica, malriposta spavalderia di un aspirante regista al suo primo film.

Quando il film è uscito in Francia, in prima pagina di Libération c’era Macron sulla destra e il tuo film, celebrato sulla sinistra. Ti ha stupito l’accoglienza dei francesi, considerata la responsabilità doppia?
Era la cosa che mi preoccupava di più, che potessero detestarlo anche solo perché era un regista statunitense, a parlare del loro cinema. Ma hanno molto apprezzato e mi hanno detto: “Serviva qualcuno da fuori, nessun francese avrebbe potuto fare questo film, sarebbe stato troppo riverente”. Mi ha molto lusingato, che mi fosse concesso il diritto riservato agli appassionati. Ma ho fatto il film soprattutto per il resto del mondo, per far vedere come guardiamo alla Nouvelle Vague dall’esterno. Non ultimo, pensavo a come l’avreste guardato in Italia. Se vi offrirà una visione nuova.
Penso abbia raggiunto l’intento. Ho parlato con diversi giovani cinefili che poco hanno visto della Nouvelle Vague, ma guardando il tuo film era come se la conoscessero già.
Esatto. Se la conosci ti dà quel valore aggiunto, ma volevo che fosse accessibile anche a chi non avesse mai visto neanche un film della Nouvelle Vague, neanche Fino all’ultimo respiro. Ho fatto il film per questo, perché un giovane all’oscuro di tutto lo vedesse e dicesse: “Voglio saperne di più!”.
Insomma, che siate o meno degli esperti, Nouvelle Vague di Richard Linklater è un film adatto a tutti. E vi aspetta al cinema dal 5 marzo.