La voglia di innovare, la riflessione sul tempo, la sperimentazione e la tensione cinefila: mentre il suo Nouvelle Vague è in sala, ripercorriamo cosa accomuna Richard Linklater alla mitica corrente francese.
Cosa c’entra un regista americano, anzi texano, come Richard Linklater con la Nouvelle Vague, Fino all’ultimo respiro e Jean-Luc Godard? È una domanda che forse si sono fatti in tanti; una domanda legittima, ma anche una domanda alla quale si può dare una risposta molto semplice: c’entra eccome. Perché Linklater, di tutti i registi americani, degli autori americani, è quello più europeo. Ovvero: con un’idea e una pratica di cinema che più di tutti gli altri è vicina a quella degli autori che ha citato nel suo film.
Nato a Houston nel 1960, cresciuto in provincia giocando a baseball e a football, a un certo punto della vita Linklater ha mollato lo sport per il cinema, che a differenza di tanti suoi colleghi coetanei non lo ha studiato nelle scuole – in cui non riusciva a entrare: “Ero scarso”, dice lui – ma iniziando a guardarlo e poi a farlo da solo e con altri giovani appassionati come lui. Un po’ come i registi della Nouvelle Vague. Ad Austin, dove si era trasferito, entra in contatto con gli studenti europei che studiavano all’università del Texas e con i cinefili locali, e in breve fonda la Austin Film Society, associazione no profit dedicata a far circolare il più possibile film indipendenti, sperimentali, autoprodotti. Una vera e propria forma di cinefilia collettiva che, anche in questo caso, non può non ricordare quella del gruppo dei Cahiers du Cinéma.

Anche senza considerare questo background, o il fatto che tra i suoi film preferiti ci siano Diario di un ladro e Au hasard Balthazar di Bresson, La maman e la putain di Eustache, I 400 colpi di Truffaut, e Il maschio e la femmina di Godard, è appunto nella pratica del suo cinema che Linklater ha dimostrato fin dagli esordi una tensione cinefila che per modalità e tematiche lo ha avvicinato molto alla tradizione europea.
Slacker, il suo secondo film, che nel 1990 lo ha segnalato come un nome nuovo da tenere d’occhio, è considerabile in qualche modo un’operazione chiaramente godardiana, per il modo in cui racconta una singola giornata nella vita di una trentina di giovane sfaccendati (gli slacker del titolo, appunto) che sì stanno a Austin e a contatto con una realtà prettamente americana, ma che nello spirito e perfino nei modi hanno ben poco da invidiare al Michel di Belmondo, protagonista di Fino all’ultimo respiro.

Ma è forse con uno dei suoi primi grandi successi, quel Prima dell’alba che ha segnato una generazione, che Linklater ha implicitamente confessato sullo schermo la sua grande vicinanza al cinema francese: nella storia dell’americano Jesse e della (guarda un po’) francese Céline, sconosciuti che si incontrano su un treno a Vienna e decidono di trascorrere assieme una romantica nottata fatta di chiacchiere ininterrotte, e nell’idea delicata, minimalista, parlata e aerea di romanticismo che il film racconta, è chiara l’ispirazione proveniente dal cinema di Éric Rohmer.
Prima dell’alba ha avuto due sequel, girati con gli stessi protagonisti (Ethan Hawke e Julie Delpy) ma arrivati a distanza di nove anni l’uno dall’altro: nei film il rapporto dei protagonisti si adeguava al tempo intercorso, e l’ossessione per il tempo che passa e per il modo in cui il cinema permette di manovrarlo è il cuore stesso del progetto di Boyhood, il film che Linklater ha girato in segreto per 12 anni, seguendo il crescere e l’invecchiare dei suoi protagonisti. E come non vedere in questa ossessione temporale, in questa voglia di seguire un personaggio negli anni, ciò che ha fatto François Truffaut con Antoine Doinel?

Da Slacker a Boyhood, passando per la trilogia dei Before, Richard Linklater ha sempre dimostrato una spiccata tendenza a sperimentare con il cinema e il suo linguaggio che non è affatto diversa dalla voglia di (r)innovare il cinema che ha caratterizzato i grandi autori della Nouvelle Vague. Ma con Godard in particolare, ha un’altra cosa in comune: la voglia di ragionare sull’immagine cinematografica, e sul suo intersecarsi con la parola e l’immaginario. Non avrà il genio del francese – d’altronde, per parafrasare la chiusura di Stand By Me, chi l’ha mai avuto? – ma trovatemi voi un autore capace tanto di lavorare all’interno del sistema hollywoodiano come di proporre titoli come Tape (altro esperimento, in tempo reale) o lo straordinario A Scanner Darkly, realizzato con la tecnica del rotoscopio, che a oggi rimane la traduzione in immagine audiovisiva più fedele alla scrittura, alla visione e alle parole di un altro genio come Philip K. Dick ?