Ora al cinema, Due procuratori ci dice che il modello stalinista sta tornando, non solo in Russia: l’intervista al regista Sergei Loznitsa.
Può un film ambientato in un carcere dell’Unione Sovietica durante le Purghe Staliniste, parlare dell’oggi? Assolutamente sì, ed è infatti questa la domanda che aleggia per tutto il corso di un’intervista con Sergei Loznitsa in merito al suo ultimo film, ed è questo uno dei principali motivi che l’hanno portato a realizzarlo. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes e arrivato ora nei cinema italiani, Due procuratori è uno spaccato grottesco, tetro, se non già vagamente satirico del sistema di repressione sovietico. Un sistema che oggi sembra fare a modello di molte, cosiddette democrazie.
Il procuratore Korneev, giovane idealista fresco di nomina, viene a sapere della scomparsa di migliaia di cittadini del suo distretto. Inghiottiti dietro i cancelli delle carceri della NKVD, la polizia segreta del regime, di loro si è persa ogni traccia, se non per una lettera riuscita a passare attraverso le maglie dell’oblio carcerario. E la cosa più sospetta, è che a venire arrestati non sono solo oppositori dell’URSS, ma anche membri del partito e bolscevichi della prima ora.
Convintosi sia in atto una contro-rivoluzione per infangare il buon nome del Compagno Stalin, il procuratore si impone di arrivare in capo alla verità, in un viaggio che lo porterà fino a Mosca. Ma davanti a sé, troverà un labirinto burocratico fatto di scartoffie, depistaggi, insabbiamenti e minacce di morte, pensato per non farlo arrivare mai a destinazione. “Un burosauro”, come diceva Paolo Villaggio in merito al mega-direttore-galattico di Fantozzi.
Tra Franz Kafka e Samuel Beckett, tra Il castello e Aspettando Godot, questa distopia carceraria viene scelta da Loznitsa per parlare ovviamente della Russia di oggi. Ma senza neanche accorgersene, ha delineato derive e strutture (o storture) che stanno prendendo piede anche nella più grande democrazia del mondo. Dove cosiddetti “alieni” vengono inghiottiti nei centri di detenzione, rendendo impossibile per familiari e avvocati qualunque tipo di contatto.
È successo, quindi può succedere di nuovo. Ovunque. Ecco l’allarme di Sergei Loznitsa.
Da dove è nata la volontà di adattare il romanzo Dva prokurora di Georgij Demidov?
Dopo l’uscita di Donbass nel 2018, stavamo lavorando da due anni a una grande epica sull’Olocausto ambientata in Ucraina. Ma poi nel 2020 è arrivato il Covid e due anni dopo è scoppiata la Guerra in Ucraina. A quel punto, ho deciso di tornare indietro all’epoca di Stalin, a questo spaccato del sistema di repressione sovietico, dopo aver diretto due documentari d’archivio: State Funeral sui funerali di Stalin e The Trial. Mi interessava approfondire l’argomento, per varie ragioni. Perché non sono molti i film su quel periodo storico e perché è un tema cruciale: capire che, quel sistema, perdura e fa da modello per l’oggi. Che quel modello è già radicato in alcuni Paesi e che può tornare anche in tutti gli altri. Molti sono andati a scuola da Stalin.
In una scenario talmente collettivistico e annullante delle singolarità, quanto era importante per lei raccontare questa storia dal punto di vista di un singolo individuo?
Questo è solo il primo film di una trilogia di adattamenti che vorrei realizzare a partire dalle opere di Georgij Demidov. Essendo un fisico, lui non si limita a descrivere una singolarità, ma si concentra sul sistema. Tutti i suoi romanzi dissezionano il meccanismo di uno stesso sistema, lo ripropongono in scale diverse e ne mostrano il funzionamento. Per questo sono particolarmente affascinato dalle sue opere. Questo film offre solo un primo punto di vista. Ma l’aspetto più importante dei suoi romanzi è come guardano, all’interno di questo sistema, all’errore dei singoli. Dall’interno non si comprende il suo funzionamento, come succede al protagonista, che scambia le Purghe Staliniste per una contro-rivoluzione fascista. Questo lo porta a prendere la decisione sbagliata. Non perché sia naive: è giusto che cerchi giustizia, tutti la cerchiamo ed è auspicabile che questa sia la norma in società. Il problema è che combatte la sua battaglia senza aver capito chi sia il nemico.
Ma ritiene che sia possibile, per un singolo, disinnescare un sistema totalitario?
Se può un idealista cambiare la società? No, impossibile. Scenario peggiore: lo mostro nel mio film. Scenario migliore: non ne ho idea. Questi sistemi si basavano sulla repressione, stroncavano sul nascere la possibilità stessa di opporsi. Dividevano a monte la società in buoni e cattivi, sterminando i secondi. I nazionalsocialisti decidevano sulla base della razza, i marxisti-leninisti sovietici sulla base dell’ideologia. Ma di questo si trattava.

Parlando del sistema, questo labirinto burocratico costruito per tenere il protagonista lontano dalla verità: ritiene che il livello di burocratizzazione sia tutt’oggi un buon termometro dell’autoritarismo di una “democrazia”? Più la macchina è complessa, più è dittatoriale?
Il livello di complessità raggiunto dalle nostre società richiede, per necessità, un sistema burocratico. Senza, verrebbe meno la società odierna: senza un’organizzazione delle responsabilità condivise, dei compiti, dei doveri e delle leggi che regolano la società. La burocrazia, di per sé, è solo uno strumento, ma uno strumento che per natura porta a una suddivisione e categorizzazione: delle persone, delle classi, dei compiti. E quella suddivisione può portare a esclusione, se viziata dalla perversione. E questo, sì, può avvenire in ogni momento e in qualunque parte del mondo. Se la intendiamo così, allora sì, la burocrazia può diventare uno degli strumenti, non l’unico, attraverso cui un aspirante dittatore può sovvertire una democrazia. È il segno graduale di una perdita di controllo democratico, perché mette distanza tra la base e la cima. Cosa possiamo fare noi? Stare all’erta. La democrazia non è mai acquisita una volta per tutte. Non possiamo permetterci di chiudere un occhio, mai. L’abbiamo fatto, e guarda cosa sta succedendo nelle società di mezzo mondo. Sarebbe stupefacente, se non fosse inquietante.
Quindi è uno scenario applicabile alla Russia come agli Stati Uniti? Per dire.
Beh, se fossi andato a proporre questo film ai produttori di Hollywood, sarebbe stato troppo per loro. Sarebbe stato troppo per Jim Carrey. Sarebbe impossibile per gli statunitensi fare un film del genere, non perché non possa avvenire, ma perché per loro è impensabile anche solo l’idea che avvenga. Ma è successo con Nerone, è successo con Caligola, succede da sempre non appena ci sia un pericoloso pagliaccio al potere. È questo il bello del cinema d’osservazione: sembra impensabile, finché non è già diventato realtà.
Il suo film parla di ieri per parlare dell’oggi e insiste su questo contrasto fra l’idealismo del protagonista e la concretezza del sistema contro cui si scontra: una cosa tipica dell’oggi. C’è ancora spazio, oggi, per l’idealismo?
L’idealismo è l’unica cosa che ci tiene vivi, che ci fa scorrere sangue nelle vene e battere il cuore nel petto. Tutti noi abbiamo bisogno di credere che qualcos’altro, un’alternativa, possa esistere oltre la linea dell’orizzonte. Non funzioniamo senza. Platone la chiamava “Idea”: esiste, sai che esiste, ma non puoi raggiungerla. Un concetto, un ideale. È proprio questo il punto: l’idealismo non è riuscire a creare l’alternativa, ma credere in essa nonostante la sua irrealizzabilità. Non solo c’è ancora spazio: è insopprimibile. Tuttavia, non può fare da guida nell’azione pratica giorno per giorno, semplicemente perché non puoi affidarti solo a quello. È un paradosso, un interessante paradosso: è necessario e irraggiungibile. Esattamente come l’arco del protagonista.
Dal punto di vista tecnico, tutto il film sembra paralizzato, circondato da questo senso di paranoia e immobilismo. Qual è la ragione dietro questa scelta, cosa voleva comunicare e quali indicazioni ha dato al suo direttore della fotografia?
Abbiamo deciso che non avremmo mai avuto movimenti di macchina, solo inquadrature statiche, perché così è la prigione. Poi abbiamo fatto un lavoro sul colore, riducendo la saturazione ed escludendo qualunque tonalità che comunicasse vita: abbiamo solo il grigio, il nero, questo marrone ramato, il rosso sempre scuro e mai acceso. Ma la cosa che più ci ha permesso di comunicare tutto questo è stato il protagonista, Aleksandr Kuznetsov. Lui ha questo volto particolarissimo, impassibile e al contempo perfettamente espressivo, gli si legge tutto negli occhi: cosa pensa, cosa prova, cosa non riesce a nascondere allo sguardo altrui. Per quanto cerchi di nascondere e dissimulare, i suoi occhi sono un libro aperto per il potere. Tutto questo va a creare senz’altro un certo senso di grottesco nel film, ma non è una contraddizione: tutta la situazione è grottesca. È una cosa che si ritrova in tutti i miei film, così come le citazioni: per esempio, la prima scena del treno, con le persone che viaggiano verso Mosca nella speranza di incontrare Stalin, è una citazione da Le anime morte – l’influenza di Gogol’ impernia tutto il film. Questo film parte dalla possibilità di una giustizia sociale e mostra cosa succede quando la giustizia e la società diventano impossibili.

Una scena mi ha colpito molto, quella in cui si parla di perseguire i crimini prima ancora che avvengano, uno scenario di polizia predittiva. Teme la minaccia rappresentata dall’IA e la profilazione, come possibile strumenti di repressione?
Ovviamente l’IA non può predire niente e ovviamente il potere usa qualunque strumento a sua disposizione. Ma qui si imbocca una domanda pericolosa. Innanzitutto, dobbiamo partire dai concetti di delitto e castigo, crimine e punizione, tutt’altro che semplici da definire. Ricordo di aver letto un ciclo di lezioni tenute da Michel Foucault, un corso intitolato Gli anormali in cui spiegava come la giustizia non sia affatto priva di passioni, ma influenzata da ciò che la società considera crimine in quel dato momento storico. Ciò che succederà, se dovessero impiegare l’IA nel perseguire i crimini, sarà solo una versione amplificata di questo pregiudizio, perché questi strumenti si basano su algoritmi di probabilità a sua volta viziati dai pregiudizi di chi li crea. La giustizia, concetto già così relativo, cesserà di esistere e diventerà esclusione, ghettizzazione, deportazione. Ma hai sollevato una domanda interessante: “Si può prevenire il crimine?”. Mi viene in mente un film, …e ora parliamo di Kevin di Lynne Ramsay: parla proprio di questo. È come il Paradosso del Gatto di Schrödinger: il crimine verrà e non verrà commesso, è un problema di meccanica quantistica. Non possiamo prevedere e non possiamo impedire, possiamo intervenire solo a delitto compiuto. Siamo bloccati in questo paradosso.
Dopo la proiezione del suo film a Cannes, Variety ha scritto che la sua filmografia è “una grande cronaca delle peggiori atrocità di cui è capace l’essere umano”. È d’accordo con questa definizione?
Non so quali si possano considerare “le peggiori atrocità di cui è capace l’umanità”. Non è un criterio che seguo nella scelta dei miei film. Certamente, la quasi totalità di essi parlano del Male e delle sue molteplici manifestazioni. Ma faccio questi film soprattutto per chi subisce, per chi è colpito da queste persecuzioni, affinché la memoria di queste persone e di ciò che hanno passato non svanisca. Se non facessimo film così, significherebbe negare l’esistenza o la perduranza della Storia e della Memoria. La Memoria è proprio questo: non è ricordare, ma attivarsi affinché non si dimentichi. Io ho un obbligo, per questo faccio i miei film. Il mio sogno? Fare una commedia. Ma ho fatto anche quello: nel 2020 mi è stato commissionato A Night at the Opera, un piccolo cortometraggio pubblicitario per l’Opéra de Paris’. È un documentario a partire dagli archivi, ma con il piglio della commedia. Venti minuti di piacevolezza. Lì il Male non alberga. Lo trovate su YouTube.
Cosa ci dice della situazione in Ucraina? C’è speranza che la guerra finisca? Ma a che condizioni?
Risposta lunga, ma la situazione per me è senza speranza, attualmente. Finirà, ma quando? E come finirà? Chi sarà coinvolto? Non ne ho idea. Ci sarà una fine, ma la vedo lontana. Non ci sono forze in campo che vogliano che questa guerra si fermi. Eppure non riguarda solo l’Ucraina: è una guerra in Europa, che in misura diversa coinvolge molti Stati dell’Unione con l’invio di denaro o di armi. Tutti, nessuno escluso, sono coinvolti in uno dei due fronti. Il punto è che, oggi come oggi, non sappiamo più a quale lato appartengano gli Stati Uniti. La situazione è sempre più confusa, tutto ciò che vedo davanti a noi, attualmente, è l’abisso dell’inferno. Solo negli ultimi giorni, mezzo milione di abitanti di Kyïv, la mia città, hanno abbandonato le loro case. L’altra metà non ha più elettricità e acqua corrente. Riuscite a immaginarlo, nel 2026, nel cuore dell’Europa? I giovani possono fuggire, certo. Ma i vecchi, che vivono in cinque in un solo appartamento senza luce, al decimo piano, senz’acqua corrente, con cinque gradi sotto lo zero? In confronto all’inizio della guerra, la situazione è molto peggiorata. L’economia è distrutta, ci bombardano ogni notte. Eppure continuiamo a vederlo, l’abbiamo visto poche settimane fa durante l’ennesimo summit in Svizzera: tante persone in ghingheri e di bell’aspetto. Parlano di noi come di un problema astratto, ridono, scherzano fra loro. Non sembra stiano discutendo di questioni di vita o di morte. Sembrano in un’altra galassia: “In the Sky with Diamonds”. Noi continuiamo a combattere, continuiamo a difendere l’Europa da questa avanzata mongolo-tartara che, di sicuro, avanzerà ancora.
Un’ultima domanda: come concilia il suo scetticismo sulla possibilità di cambiare le cose, con questa missione? Come mantiene viva la speranza.
Non è una contraddizione: sono scettico e sento un obbligo. Viviamo in tempi bui, soprattutto perché abbiamo vissuto un secolo molto breve e molto rapido, siamo ben lontani da una visione prospettica e siamo ancora nel pieno delle sue propaggini e conseguenze. Tutto ciò che abbiamo è la cultura: coltivata con pazienza, costruita mattone dopo mattone, coscienti che gli effetti del nostro lavoro si vedranno fra un migliaio di anni.
Nel frattempo, Due procuratori vi aspetta al cinema.