Da Shining a Hokum, l’horror ama gli scrittori
C'è una figura che il cinema horror continua a rimettere al centro della scena: lo scrittore. Chiuso in una stanza con la sua mente, isolato in un luogo che lo allontana dal mondo, alle prese con una pagina bianca che sembra chiedere sangue prima di lasciarsi riempire. Non è un caso. E il 5 agosto arriva nelle sale italiane un film che raccoglie in pieno questa eredità: Hokum, l'horror psicologico diretto da Damian McCarthy con protagonista Adam Scott nei panni di uno romanziere. Prima di parlare di questo attesissimo film, però, vale la pena chiedersi: perché proprio gli scrittori? La risposta sta in tre elementi che sembrano fatti apposta per generare terrore. Il primo è l'isolamento. Lo scrittore, per lavorare, si ritira. Una baita, un albergo fuori stagione, una casa vuota: ambienti che il cinema del terrore adora, perché nessuno arriverà in tempo a salvarti. Quando il protagonista è qualcuno che cerca la solitudine, la trappola scatta da sola. Il secondo è la follia creativa, il confine sottile tra immaginazione e realtà. Chi passa le giornate a inventare mostri è particolarmente esposto al dubbio: quello che vedo è vero, o l'ho scritto io? L'horror gioca su questa crepa, trasformando il…
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