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Intervista
“Potevo girarlo solo in Iraq”, racconta il regista de La torta del Presidente

Hasan Hadi ha ricevuto la Caméra d’Or a Cannes per La torta del Presidente, ora al cinema. In questa intervista ci racconta il suo Iraq, perché non avrebbe mai potuto girare questo film altrove.

Di Carlo Giuliano*

Quasi di soppiatto, è finalmente arrivata nei cinema italiani una delle più belle scoperte uscite dall’ultimo Festival di Cannes. Senza farsi annunciare, come tutte le più piccole gemme. Un film che racconta l’Iraq attraverso gli occhi dei più piccoli, più in particolare di una bambina costretta a preparare una torta per il compleanno di Saddam Hussein.

Opera prima del regista iracheno Hasan Hadi, adesso al cinema, La torta del Presidente ha ricevuto la Caméra d’Or come Miglior film d’esordio della scorsa edizione del Festival di Cannes. È stato scelto per rappresentare l’Iraq ai Premi Oscar per il Miglior Film Internazionale, rientrando nella shortlist. E vede il contributo produttivo di nomi illustri e inaspettati come Eric Roth e Chris Columbus, rispettivamente sceneggiatore di Forrest Gump e regista dei primi Harry Potter.

Non a caso, La torta del Presidente usa la lente dell’infanzia per raccontare la disgrazia di un popolo. Siamo nel 1990, l’Iraq ha appena invaso il Kuwait e la gente è ridotta alla fame dalle sanzioni occidentali – preludio alle Guerre del Golfo che ridurranno il Paese in macerie. Ciononostante, nulla deve interrompere i preparativi per il compleanno di Saddam Hussein e la piccola Lamia “vince” il sorteggio scolastico per preparargli una torta, pena una severa punizione. Ma dove trova lo zucchero, le uova, il burro, in un Paese in cui manca ogni bene di prima necessità?

Per usare le parole pronunciate da Alice Rohrwacher – regista de La Chimera, affezionata di Cannes dalla prima ora e Presidente di Giuria della Caméra d’Or giusto l’anno scorso – all’atto di consegna del premio ad Hasan Hadi: “Un film luminoso che si sposa su immagini ampie. Una fiaba che attraversa le pagine più buie della storia contemporanea. Cosa c’è di più fragile, di più reale, di una bambina in un mondo che va in fiamme? Una bambina che può gestire tutto, tranne le bombe che cadono dal cielo? Un film che fa sperare in un mondo in cui i dolci siano per i bambini, e non per i Presidenti”.

La torta del Presidente è ora al cinema e noi abbiamo avuto il piacere di incontrare il regista Hasan Hadi alla Festa del Cinema di Roma dopo il passaggio ad Alice nella Città. Gli abbiamo chiesto del suo film, soprattutto del suo Paese e delle speranze che nutre per il futuro dell’Iraq. Quando tornerà il tempo per le torte?

Moltissimi film ci hanno raccontato l’Iraq negli ultimi anni, ma quasi mai prima delle Guerre del Golfo. Perché ripartire da quel momento?

Innanzitutto perché volevo tornare a un tempo, un contesto e dei personaggi che hanno a che fare col mio ricordo dell’Iraq. E in secondo luogo, perché credo che il ricordo di quel periodo sia ancora vivo nella coscienza degli iracheni. Se guardi alla corruzione e a tutti i problemi politici che viviamo oggi e ripercorri la strada a ritroso, tutto conduce a quel momento d’origine. La Prima Guerra del Golfo cambiò la nostra società radicalmente. Infine per il motivo che hai colto tu stesso: mi entusiasmava raccontare l’Iraq come non era mai stato fatto prima da nessun film. Quel periodo rappresenta un buco nero nella narrazione e autonarrazione dell’Iraq. E lo era, un buco nero, perché in quel momento la nostra società rimase completamente isolata rispetto al mondo esterno, sia per responsabilità di Saddam che delle sanzioni della comunità occidentale.

E tu cosa ricordi di quel periodo?

Ricordo questo enorme senso di fierezza e di orgoglio, il senso di appartenenza a una Nazione che affondava le sue radici in tempi così antichi. Spesso lo dimentichiamo, ma quell’area rappresenta il luogo di nascita della civiltà, il Tigri e l’Eufrate. Quell’eredità era fortissima in noi. Ma allo stesso tempo, il nostro presente era doloroso, perché tutta quella ricchezza era soggiogata da una dittatura brutale e da condizioni economiche e sociali disastrose. Nel mio ricordo c’è questo contrasto, questa sensazione dolceamara. 

Per quanto riguarda la protagonista del tuo film, questa bambina costretta a preparare una torta per il compleanno di Saddam: è un ricordo anche quello? Una vicenda di cui hai letto o sentito parlare? 

Gran parte del film e degli episodi che vengono mostrati sono ispirati a fatti reali, a cose accadute direttamente a me o a persone a me vicine. Il mio approccio alle storie è quello di mettere un pezzo di me o del mio ricordo in ogni dettaglio, in ogni location, in ogni personaggio. È il mio modo di stabilire un legame emotivo con il materiale narrativo. Dall’altro lato, la scelta di raccontare l’Iraq attraverso gli occhi di una bambina era sì per alleggerire la tragedia, ma anche per ottenerne una versione fedele. I bambini non filtrano o giustificano ciò che vedono.

Ed è per questo che hai insistito tanto per girare in Iraq? Era una condizione irrinunciabile per te?

 Sì, non girare in Iraq sarebbe stato assolutamente un deal breaker. Prima di ottenere il via libera, avevo già trovato i fondi completi da almeno un paio di produzioni, ma a condizione di non girare in Iraq. Non ho accettato, preferivo assumermi il rischio di non girare il film affatto, piuttosto che in un altro Paese. Innanzitutto volevo rompere lo stigma, quest’idea che in Iraq non si possa realizzare un film. Come posso essere d’ispirazione per le generazioni future che si trovano lì in questo momento, affinché raccontino il nostro Paese, se neanche sono disposto a girarci il mio film? Ma non era solo questo. Le storie serbano un DNA, un’identità, delle strade già percorse che non puoi cambiare. Certo, il cinema ti permette di separare ambientazione e location. Ma certe storie no, certe storie sono intrinsecamente legate ai loro luoghi d’origine. Questa storia gridava: “IRAQ” – da ogni parte. Io credo che i film siano degli esseri viventi, in qualche modo. Trapiantarli può significare snaturarli, perdere quel sapore, farli suonare finti.

Immagino però che abbia comportato maggiori difficoltà a livello produttivo.

Beh, adesso ho i capelli bianchi, quindi sì è stato difficile. Non avevamo le infrastrutture, la logistica e l’apparato tecnico che altri Paesi possono metterti a disposizione. Ma allo stesso tempo ci ha dato dei vantaggi. Abbiamo avuto a disposizione delle location che in altri Paesi non avremmo avuto, o avremmo dovuto ricreare al costo di un budget maggiore. E avevo dalla mia una troupe e un cast stupendi, che mi hanno supportato in ogni fase del processo ed erano determinati a superare, assieme a me, ogni difficoltà interposta dalle circostanze. Quella determinazione che avevamo è ciò che ha reso possibile questo film: il lavoro di squadra e i sacrifici che tutti abbiamo compiuto.

Hai trovato il cast e la troupe una volta lì, oppure hai portato alcuni di loro in Iraq?

Tutto il cast era composto da locali e nessuno di loro era attore di professione. Per la troupe abbiamo messo insieme iracheni e altri di provenienza internazionale. Il problema sostanziale è che molte delle figure professionali necessarie ai comparti di un film, in Iraq non esistevano neanche.

Come hai trovato il Paese dopo tutti questi anni, in confronto all’ambientazione temporale del film e ai tuoi ricordi?

 È cambiato molto. Abbiamo sicuramente sviluppato un maggiore senso critico, ma mi sento di dire questo: stiamo guarendo, non siamo del tutto guariti. Siamo sulla strada del progresso e di un faticoso miglioramento delle condizioni sociali, ma è un processo che richiede costanza e stabilità politica. E anche quando tutte queste condizioni si verificano, non è possibile raggiungere una completa guarigione senza una stabilità geopolitica di tutta la regione, perché ciò che continua a succedere in Medio Oriente ci influenza direttamente. La situazione resta molto fragile e delicata, perché anche quando cerchi di andare avanti, le circostanze intorno ti riportano indietro e spesso non dipendono neanche dalla nostra volontà. Spero che non si facciano passi indietro, ma è una possibilità da considerare.

Mostrandoci il contesto attraverso gli occhi dei più piccoli, il film riesce a illuminare anche i contesti più difficili. Come hai lavorato per bilanciare questi due aspetti: la tragedia contrapposta alla leggerezza del racconto d’infanzia? 

È una capacità che sviluppi quando vivi in un contesto del genere: rendere comica la tragedia è l’unico modo di sopravviverle. Prendi a esempio la scena del soldato che perde gli occhi prima del matrimonio e dice: “Beh, almeno adesso non devo preoccuparmi del suo aspetto”. Senza quell’ironia, morirebbe di disperazione. E credo che questo sia un tratto comune a qualunque Paese che viva contesti di censura e dittatura. Quindi non ci ho dovuto neanche lavorare: era insito nel carattere di quei personaggi e dei dialoghi che avrebbero nella realtà

Mi dicono che arrivi dalla proiezione ad Alice nella Città dedicata a oltre 800 studenti dei Licei di Roma. Che effetto le ha fatto mostrare il suo film a così tanti giovani? 

È stato davvero emozionante e d’ispirazione. Ma allo stesso tempo, devo ammettere che ha generato in me un senso di tristezza. Perché da bambino non ho mai avuto un’opportunità del genere e spero che questi ragazzi possano capire che non è scontato avere questa fortuna. Di vivere in una città così bella, di poter vedere un film in un cinema così grande e di avere accesso a un festival che cerca di portare il meglio del mondo davanti ai loro occhi. Ringrazio tutti quelli che l’hanno reso possibile e ringrazio un sistema culturale che promuove giovani cineasti come me. Perché è ciò che permette di preservare la nostra memoria, le nostre storie e la nostra umanità.

Il cinema hollywoodiano ci ha abituato a vedere quella regione come un’unica distesa desertica. Nel tuo film invece c’è moltissima acqua, tanto verde. Voleva essere una risposta?

A dirti la verità, non mi interessa granché di come ci rappresentano i film hollywoodiani. Però sicuramente volevo imprimere un tono alla storia, che fosse quello della fiaba e non della rovina. Scegliere le Paludi della Mesopotamia come ambientazione, successivamente distrutte dal governo di Saddam, mi ha aiutato a ricollocare questa storia in un contesto diverso rispetto a quello cui siamo abituati. In quelle paludi c’è il ricordo simbolico di ciò che abbiamo perso. Forse a livello inconscio c’era un che di risposta a Hollywood, della serie: “Vedete, ce l’abbiamo anche noi l’acqua, non è tutta sabbia”. Ma alla fine della giornata fai il film per te, per ciò che speri di trasmettere e raccontare al pubblico, indipendentemente dagli stereotipi che hanno sempre raccontato su di te.

Un altro grande elemento all’interno del film è il silenzio: un’assenza che pesa come enorme presenza. Tutto quel silenzio, cosa sta a rappresentare, intimamente, per te? 

Quando stavo scrivendo questo film, l’ho pensato come un documento, una memoria storica di eventi del passato che faticosamente ci stiamo lasciando alle spalle. Ma una volta che avevo finito di girarlo, ecco che la storia si ripete. L’Iraq vive nuove sanzioni, nuove carestie, un nuovo isolamento rispetto al resto del mondo. Questo scenario, di un silenzio costretto, volevamo fosse ben chiaro nel film. Il silenzio, o se vogliamo più nello specifico il taglio delle comunicazioni, sono il primo strumento attraverso cui si consuma una tragedia. E a un livello più alto: non c’è massacro nella storia dell’umanità che si sia compiuto senza la complicità del silenzio generale. E questo ci dimostra quanto difficile rimanga, come umanità, sviluppare strumenti di diplomazia e collaborazione al fine di appianare i nostri conflitti e differenze. Le differenze permarranno, è giusto che lo facciano, e proprio per questo è più che mai necessario trovare finalmente dei modi per salvaguardarle. 

Che futuro vedi o speri per l’Iraq e per il Medio Oriente?

Non so cosa pensare del futuro. Ci troviamo in una situazione estremamente delicata. Per l’Iraq, rimango cautamente ottimista. Sembra che il nostro popolo e i nostri politici abbiano capito di doversi tenere ben lontani dai conflitti. Ma per me, il Medio Oriente rimane una delle più belle, se non la più bella regione al mondo. C’è così tanta cultura, legame con l’antico, diversità tribale. Tutto è vivo perché tutto è costantemente mutevole. Mi piacerebbe che tutto questo tornasse a splendere. 

Condividiamo la speranza di Hasan Hadi. Per ora, torna a splendere grazie al suo film: La torta del Presidente vi aspetta, ora al cinema.

 

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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