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Yellow Letters: il film Orso d’Oro ci ricorda di non abbassare mai la guardia

Dopo aver conquistato l’Orso d’Oro alla Berlinale, Yellow Letters di Īlker Çatak arriva al cinema. L’approfondimento di Alberto Crespi.

Di Alberto Crespi

Aziz e Derya sono una coppia di artisti. Lui è un drammaturgo e un professore universitario, lei un’attrice molto nota. Lavorano e vivono ad Ankara, capitale della Turchia. All’improvviso, a causa di uno spettacolo politicamente impegnato, vengono presi di mira dalle autorità. Ricevono entrambi delle “lettere gialle”, quelle con cui il governo di Erdogan comunica azioni legali nei confronti dei cittadini. Il loro spettacolo viene interrotto e Aziz perde il posto all’università, anche per aver incitato gli studenti a partecipare a una manifestazione contro il regime. Si trasferiscono con la figlia adolescente a Istanbul, dove vive l’anziana madre di lui. Aziz trova lavoro come tassista, Derya tenta con grande difficoltà di lavorare in televisione. La loro unione, sempre più sotto tiro da parte della “giustizia”, entra giocoforza in crisi.

Dovessimo scegliere un’inquadratura chiave che spiega molto, se non tutto, di Yellow Letters opteremmo per la scena del processo, quando Aziz – professore e autore teatrale – viene condannato per “terrorismo” anche a causa di un video girato da un suo studente. Mentre viene pronunciata la sentenza Aziz alza lo sguardo e vede la scritta che campeggia sulla parete dietro il pulpito del giudice. La scritta è “IN NAMEN DES VOLKES”, ovvero “nel nome del popolo”. Ed è in tedesco. Lo spettatore disattento potrebbe chiedersi perché ci sia una scritta in tedesco in un tribunale turco. In realtà sappiamo sin dai titoli di testa che il film di Ilker Çatak è girato in Germania, e che il luogo delle riprese non è minimamente dissimulato. Per chi non avesse visto il film: Yellow Letters non ha alcun elemento di “colore” turco/mediterraneo, si svolge in buona misura in interni. Çatak avrebbe potuto girarlo dovunque senza “dichiarare” lo straniamento di riprese avvenute in un paese molto diverso dalla Turchia. Invece si sente in obbligo di dirci, nei titoli di testa, che Berlino “interpreta” Ankara e Amburgo (porto fluviale…) “interpreta” Istanbul. Allo stesso modo, nella scena del tribunale avrebbe potuto evitare di inquadrare la scritta in tedesco. Invece lo fa. Lo fa perché questo gioco linguistico e geografico è la natura stessa del film e del suo impatto politico.

La presenza della scritta “IN NAMEN DES VOLKES” potrebbe essere letta in vari modi. Çatak potrebbe voler sottolineare che in Germania esiste, fino a prova contraria, una giustizia “nel nome del popolo” mentre la giustizia turca, che ha appena condannato un intellettuale dissidente per un gesto assolutamente veniale, agisce esclusivamente nel nome del regime. In questo caso il regista sancirebbe una distanza, come se ci stesse dicendo: vivo e lavoro in un paese democratico mentre nel mio paese, la Turchia, la democrazia non c’è. Tutto questo è in buona misura implicito per tutti i cineasti nati in, o originari di, paesi dove il dissenso viene represso. Çatak è un regista diviso fra due mondi. È nato a Berlino ma ha studiato a Istanbul, per poi ritornare in Germania. Il suo film precedente, il notevole La sala professori, aveva personaggi etnicamente “stranieri” ma si svolgeva all’interno di una scuola tedesca e raccontava dinamiche sociali plausibili in ogni paese europeo. Con Yellow Letters è tornato nel suo paese di origine… senza tornarci. Ma rendere così esplicita la natura del film, con una Turchia non ricostruita ma letteralmente “ambientata” in Germania ha secondo noi un significato ulteriore.

Yellow Letters sembra una di quelle storie che gli anglosassoni definiscono cautionary tales, racconti che ci mettono in guardia da un pericolo. È il meccanismo di Cappuccetto Rosso: ti racconto la storia cruenta di una bambina mangiata dal lupo, così tu non andrai nel bosco da sola – o da solo. Dicendoci a chiare lettere che Amburgo interpreta Istanbul Çatak vuole probabilmente dirci che Amburgo rischia in ogni momento di diventare Istanbul. In altre parole, che il nostro Occidente civilizzato non è al riparo dal rischio dell’intolleranza e, tanto per usare una parola italiana che si capisce in tutto il mondo, dal fascismo. Aziz e Derya, l’attrice sua moglie, vengono perseguitati dal regime di Erdogan; ma qualcosa di simile potrebbe capitare ad artisti e intellettuali anche nei nostri paesi dove la giustizia e la democrazia sembrano garantite in eterno. Il monito di Yellow Letters è che l’eternità non esiste e non bisogna mai abbassare la guardia.

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Il Film

La vita di Derya e Aziz, una celebre coppia di artisti turchi, viene sconvolta all’indomani della prima del loro nuovo spettacolo. Improvvisamente finiti nel mirino dello Stato, Aziz, che è anche professore all’Università di Ankara, riceve una “lettera gialla” che lo informa del suo licenziamento. Costretti a trasferirsi a Istanbul, senza lavoro, i due devono ridefinire il loro stile di…

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