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Intervista
Un anno di scuola di Laura Samani: il cinema come “empatia radicale”

​​Una lunga intervista con Laura Samani sui temi e il cast di esordienti di Un anno di scuola, il suo nuovo film ora nei cinema italiani.

Di Carlo Giuliano*

Voi che ricordi avete del vostro ultimo anno di liceo? Io, non buoni, e non lo rimpiango. Ero felicissimo di cambiare aria. E il paradosso fu che molti compagni che non avevo mai considerato amici, lo sarebbero diventati con la fine delle scuole. Questo per dire che ciascuno serba un ricordo del tutto specifico e personale di quel momento di vita. E a quel ricordo, la regista Laura Samani è tornata per realizzare il suo secondo lungometraggio dopo il bellissimo Piccolo corpo, suo film d’esordio candidato a Cannes nella sezione della Semaine de la Critique e che le valse il David di Donatello come Miglior Regista Esordiente. Il suo nuovo film si intitola Un anno di scuola ed è ora al cinema. 

È tratto dal racconto omonimo di Giani Stuparich del 1929, con cui la regista è entrata in contatto per la prima volta mentre frequentava il Liceo Dante Alighieri di Trieste, dove il racconto stesso è ambientato. E così è tornata a quella lettura, è tornata alla sua città natale e a quel 2007 che le consegnò il diploma, per raccontare di Fred, ragazza svedese appena trasferita in Italia che dovrà passare l’ultimo anno in una classe di soli uomini. Sarà l’inseparabile trio composto da Antero, Pasini e Mitis ad accoglierla nel gruppo, ma i primi amori e rifiuti potrebbero cambiare del tutto gli equilibri e i sentimenti d’amicizia.

Scrive infatti Samani nelle note di regia: “Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro. Questa percezione finisce spesso per diventare una regola sociale: gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono. Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia. Questo film racconta le sfide di crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te”.

Con Laura Samani abbiamo parlato soprattutto di questo e di questo bellissimo quartetto di esordienti: Stella Wendick, Pietro Giustolisi, Samuel Vulturno e Giacomo Covi, quest’ultimo vincitore del Premio Orizzonti per la Miglior Interpretazione Maschile alla scorsa Mostra del Cinema di Venezia.

C’è chi ripensa all’ultimo anno di liceo con terrore, chi con nostalgia. Tu che ricordi hai delle tue scuole? 

La verità? Non ci ripenso né con terrore né con nostalgia perché tendo ad abitare molto il momento presente in cui mi trovo. Semmai posso pensare al futuro, mai al passato, per mia indole è abbastanza raro che lo faccia. Ricordo il mio ultimo anno di liceo come qualcosa di molto frizzante, per diversi motivi. Intanto perché a me entusiasmava molto questo affacciarsi a una vita nuova, diversa. Ero elettrizzata dalla fine di un ciclo o meglio, come ho detto prima, dall’inizio di uno nuovo. Avevo già capito di voler cambiare città, volevo studiare altrove e difatti mi trasferii da Trieste a Pisa. E tutte le mie migliori energie erano concentrate principalmente sulle attività doposcuola, che facevo assieme con il gruppo teatrale. Gran parte del mio entusiasmo era riposto lì.

Dici di non ripensare molto al passato e tuttavia, in questo film sei tornata con la memoria direttamente al 2007, tuo anno di diploma. Come scegli i tuoi soggetti?

Come o perché scelgo di fare questo o quel film, è il mistero dei misteri per me. Non mi sento così autocosciente. Io mi fisso e quando succede, non sono così lucida da capire come arrivo a dire: “Questo vedrà la luce, questo no”. Perché poi bisogna anche un po’ immaginare – o almeno, questo è il mio processo, nell’avventurarmi all’interno di un racconto – tutte le riflessioni parallele che vanno ad aggiungersi al materiale centrale. Io non sto mai pensando a una cosa sola, sono molto porosa, rifletto su molte cose in uno stesso momento, come nelle spore di un fungo: non solo nell’idea centrale ci sono più idee, quindi devi anche sfrondare e sintetizzare per arrivare al cuore della storia; ma partire da esso, si verificano decine di diramazioni. Non avevo in testa solo Piccolo corpo all’epoca, così come non avevo solo Un anno di scuola quando l’ho realizzato. Spesso nel cinema, le cose accadono anche per una serie di incastri felici, ne parli a qualcuno e quel qualcuno si entusiasma alla tua idea, oppure al contrario se ne disinteressa.

E che ruolo ha avuto il racconto di Stuparich? Quando ti ci sei imbattuta per la prima volta?

L’avevo letto la prima volta quando avevo l’età dei protagonisti e mentre frequentavo il Liceo Dante Alighieri di Trieste, proprio dove è ambientato il racconto. Mi ci sono rimbattuta nel 2020, in un periodo in cui stavo leggendo tantissimo. Letture molto impegnative, saggi, libroni. Stavo studiando, a tutti gli effetti. Nel mezzo, trovai quella rilettura rinfrancante, comprensibile, semplice. Stuparich ha quella lievità, nel parlarti di emozioni, che mi ha proprio rinfrescata. Penso che mi sia scattato in quel momento.

Tu hai molto ben spiegato questa asimmetria fra corpi maschili e femminili come uno dei temi centrali del film. Quant’è difficile decostruire quell’imprinting, quando attecchisce in un’età in cui le nostre identità si formano in modo così radicale? 

C’è sicuramente questo grande tema dell’asimmetria, che al di là dei preconcetti è comunque effettiva, perché innanzitutto biologica. Corpi maschili e femminili non si percepiscono e non si sviluppano allo stesso modo, secondo gli stessi tempi e modalità. Quanto sia difficile superare quella divisione che poi diventa sociale, è lunga da capire. È un processo lento, com’è quello di raggiungimento di una simmetria dal punto di vista dei diritti, che può riappianare alcune di quelle asimmetrie originarie, ma non tutte. Forse ci sono anche io nel mezzo, sto scoprendo e mi sto scoprendo in rapporto all’altro. Lo capiremo davvero a 90 anni. 

Fare questo film ti ha aiutata in questo processo di comprensione? Hai imparato qualcosa dai tuoi protagonisti?

Che è tutta una questione di empatia. E di curiosità. E di pazienza. Avvicinarsi all’altro o all’altra, a seconda di quello che hai vissuto ed esperito anche a causa del tuo corpo, è un approccio molto salubre. Poi ovviamente, tutto questo discorso è delimitato ai casi dei protagonisti, che sono tutti personaggi cis etero e quindi non devono affrontare ulteriori ramificazioni identitarie. E ovviamente parlo per me, che non ho vissuto il mondo dal punto di vista di una prospettiva maschile, ma proprio per questo il mio bagaglio di crescita può essere fonte di curiosità per chi abbia vissuto secondo la lente opposta, e viceversa. Mantenere viva questa sincera curiosità e capacità di immedesimarsi nell’altro: questa è la strada, secondo me.

Si dice che il cinema sia l’arte per eccellenza che permette di “mettersi nei panni degli altri”, quasi di entrare nel corpo di un altro. Tu, che hai sempre parlato di corpi nella tua filmografia, condividi questa visione del cinema?

Dipende da tantissimi fattori, da che tipo di cinema vediamo ma anche dalla predisposizione con cui entriamo alla visione di un film. Il film può invitarci a quell’immedesimazione, ma se non siamo disposti a viverla, non avverrà. Sicuramente, il cinema genera empatia nei confronti di qualcuno che non conosciamo e qualcosa che non abbiamo vissuto. È ciò che mi interessa di più del mezzo, che ci faccia entrare nella vita emotiva degli altri e delle altre. Anche come spettatrice prima ancora che come autrice, ciò che mi interessa è l’esperienza emotiva, prediligo quel tipo di film, a differenza di quelli che richiudono tutto in una semplificazione, in una spiegazione, in una bussola morale che rischia di ridurre tutta l’esperienza a un processo di raziocinio. Mi viene in mente Godard e come viveva il cinema, innanzitutto come critica politica. Io seguo un altro approccio di esperienza politica, che non è immediatamente dichiarata, ma che può arrivare alle medesime conclusioni partendo da una diversa angolazione, più intima. Mi verrebbe da dirti… di empatia radicale.

I quattro ragazzi protagonisti non avevano alcuna esperienza da attori, eppure sono stati bravissimi. Qual processo di scelta ti ha portato e prediligere interpreti non professionisti?

È stata una scelta abbastanza semplice perché in qualche modo obbligata. Io volevo che i tre ragazzi fossero triestini, era fondamentale per me. E dal momento che non ci sono molti attori professionisti triestini di quell’età, è stato naturale orientarci con il casting director Davide Zurolo a una ricerca in città, attraverso il “casting di strada”. Inevitabilmente abbiamo trovato degli esordienti, perché a differenza di Roma e Milano, a Trieste non abbiamo grandi accademie e scuole attoriali. Se avessimo trovato attori professionisti l’avremmo presi, ma semplicemente non ce n’erano o erano troppo grandi. Sul personaggio di Fred d’altronde si è fatto un discorso diverso, perché la casting di Stoccolma, Elin Ström, aveva più possibilità di fare provini tramite agenzie o scuole di recitazione, affiancando uno street casting. Ma perché è il contesto che te lo permette.

E su Trieste, dove li avete scovati?

Ci siamo dati una fase di street casting molto prolungata, attenta e oculata. Parliamo di mesi, ci siamo presi tutto il tempo che ci serviva. E l’abbiamo trascorso frequentando ogni occasione di socialità di ragazzi di quell’età: feste studentesche, locali della movida. E questo ci ha messo in situazioni molto comiche, perché avevamo almeno 15 anni in più delle persone che frequentavano quei luoghi. Ti lascio immaginare cosa significhi andare alle due del mattino in un posto dove i ragazzi stanno ballando e noi lì a squadrarli. Sembravamo la DIGOS. Al fianco di questo portavamo avanti una ricerca all’interno delle scuole superiori e lì abbiamo trovato Samuel Volturno, l’attore che interpreta Mitis e che stava frequentando proprio l’ultimo anno di liceo. Giacomo Covi e Pietro Giustolisi invece, li abbiamo trovati attraverso street casting in due locali in cui lavoravano e scelti sulla base di una certa somiglianza rispetto ai personaggi che immaginavamo. 

E qual è il valore aggiunto che hai scoperto nel lavorare, seppur per necessità, con degli attori non professionisti? C’è un fattore di genuinità in più?

Sicuramente è un’occasione incredibile, perché unica e irripetibile. Anche solo portando le loro qualità e consapevolezze del momento, si trovano in una fase della vita che li fa rassomigliare, emotivamente e psicologicamente, ai loro personaggi. Ed essendo a loro più vicini, ne potevano comprendere più facilmente le reazioni. Lo vivi come un gioco, ma al contempo come un’occasione di conoscerti meglio, perché poi un film e un ruolo sono anche questo: conoscersi in rapporto ad altro da sé. È un’occasione impagabile, perché ti costringe a chiederti costantemente: “Se succedesse questo, io come reagirei?”. Dovrebbe essere offerta a tutti un’occasione del genere, almeno una volta nella vita. È liberatorio.

Come avete lavorato proprio sull’aspetto di immedesimazione? Quanto li hai incoraggiati e quanto invece delimitati?

Chiaramente, al gioco segue la necessità di responsabilizzarsi di fronte alla macchina e a un contesto di lavoro collettivo. Su un set non ruota tutto intorno a te e in scena si deve dialogare anche con le emozioni altrui. E questa se vuoi è stata anche la parte più affascinante per loro, perché più professionalizzante. Però ti voglio fare un esempio. Tutti e quattro scambiavano delle somiglianze emotive con i personaggi che interpretano, ma al tempo stesso non hanno vissuto le stesse loro esperienze. E questo generava un contrasto fra attore e personaggio. Giacomo Covi per esempio, è estremamente simile ad Antero per alcune cose ed estremamente diverso per altre. Quindi certe volte si straniva con Antero, certe volte confondeva se stesso con il ruolo. E lì il lavoro deve essere quello di mettere in luce sì le somiglianze per incoraggiare una migliore interpretazione, ma anche le differenze, parlandone continuamente e tenendole bene a mente. A quell’età e soprattutto all’esordio, il gioco di immedesimazione può diventare anche molto pericoloso. Perché se do in pasto tutto me stesso davanti a una macchina da presa, davanti a una troupe, magari davanti a decine di migliaia di persone che poi mi vedranno al cinema: come mi proteggo? Quindi il lavoro è stato proprio quello di disgiungere attore e personaggio, in alcuni momenti.

È raro trovare questa forme di attenzione da parte dei registi. Molti si comportano all’opposto. 

Quando porti dei ragazzi così giovani in un progetto come questo, hai una responsabilità. È metanarrativa, è una prima volta che non tornerà più, con tutta la spensieratezza e inconsapevolezza che porta con sé. Sarebbe facile sfruttare tutto per ottenere il massimo dal ruolo, ma io volevo che fossero consapevoli invece. Uno dei motivi per cui piace lavorare con gli esordienti è che sono molto malleabili e tu puoi utilizzare quel materiale grezzo per i fini del tuo film, puoi veicolare tutta quell’inesperienza all’interno del progetto. Ma qui si tratta proprio di deontologia. Io mi sentirei in una posizione veramente orrenda, sentirei di starmi approfittando della situazione. E oltre a questo, se non li rendi consapevoli del processo psicologico, gli stai togliendo un’occasione di conoscersi meglio e di offrire di meglio. Insomma, per me molto del lavoro è stato quello di renderli consapevoli, di far capire la conseguenza di un gesto piuttosto che un altro, di trasformarla in una palestra di senso. E tutti loro hanno ripagato quel lavoro e ne sono stati ripagati. Sono stati bravissimi, si sono messi in gioco in maniere sorprendenti e generosissime e ne sono usciti molto cambiati. 

Parlando proprio di consapevolezza, ripenso a quando abbiamo parlato del tuo film con i ragazzi delle scuole. Su molte cose erano più consapevoli di quanto non lo fossimo noi alla loro età. Te lo aspettavi o ti hanno stupito? 

Me lo aspettavo, ma perché ho vissuto lo shock in anticipo, quando ho iniziato a lavorare al film. La generazione era quella e già solo cercando fra i ragazzi e le ragazze i miei futuri protagonisti, mi ero resa conto di questa rinnovata consapevolezza nelle generazioni più giovani. Ovviamente, questo vale per alcuni, non per tutti, perché generalizzare è sempre sbagliato. Però è qualcosa che mi aveva già molto colpito e che sto ritrovando quando facciamo poi gli incontri con le scuole. 

Ti dà speranza?

La osservo con interesse. Non credo che tutto vada tradotto o interpretato in un augurio o una preoccupazione sul futuro, a seconda dei casi. La osservo, mi incuriosisce molto, mi piace entrare in contatto con loro proprio per capire come ragionano. Vorrò saperne sempre di più.

Nel frattempo, Un anno di scuola di Laura Samani vi aspetta, ora al cinema.

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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