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Intervista
“Il problema della sordità? Il silenzio degli altri”: intervista a Eva Libertad

La regista de Il silenzio degli altri racconta la genesi del film, nato dalla sordità della sorella (e protagonista). L’intervista di Carlo Giuliano.

Di Carlo Giuliano*

La regista spagnola Eva Libertad è chiaramente innamorata, se non in totale venerazione di sua sorella (nonché protagonista) Miriam Garlo. Me ne accorgo sentendola parlare in merito del suo lungometraggio d’esordio, Il silenzio degli altri, nato a sua volta da un cortometraggio omonimo dal titolo originale Sorda e ispirato alla storia della sorella.

Il cortometraggio, candidato ai Premi Goya, raccontava di una donna sorda che con il marito udente inizia a discutere della possibilità di avere un figlio e delle prospettive preoccupanti di crescerlo, da sorda, in un mondo che la taglia fuori. Quel dilemma era della stessa Garlo e da essa, Libertad ne ha tratto ispirazione per un corto e poi per il lungo. Un film dalle immagini potenti, capaci di comunicare – senza retoriche inclusive di sorta, ma con buone intuizioni di regia e soprattutto un grande lavoro sul sonoro – cosa significhi essere madri e sorde in un mondo come il nostro. Come ogni difficoltà risulti moltiplicata per cento.

Ora, Il silenzio degli altri è già uno degli esordi più premiati dell’anno. Ha rifatto il giro dai Premi Goya dove ha vinto per la Miglior Regista Esordiente e le due prove attoriali della coppia protagonista, Miriam Garlo e Álvaro Cervantes. Ha ottenuto il Premio del Pubblico nella sezione Panorama del Festival di Berlino. E ha raccolto molti altri riconoscimenti in giro per il mondo. Ora Lucky Red lo porta al cinema dal 28 maggio, sperimentando una nuova formula di “cinema accessibile”, raccogliendo in prima persona l’invito lanciato dal film.

In tutte le sale in cui sarà distribuito, sia nella versione originale spagnola che in quella doppiata e senza distinzioni fra una proiezione e l’altra, il film sarà disponibile con sottotitoli descrittivi per sordi. Non solo. Per gli spettatori con disabilità visiva, l’audiodescrizione sarà resa disponibile sull’app MovieReading in tutte le sale in cui verrà programmato il film. Ci sarà una traccia con audiodescrizione mixata all’audio italiano, così da poter seguire il film in cuffia interamente doppiato e audiodescritto, anche laddove programmato in versione originale. Un passo ulteriore verso un cinema realmente per tutti.

Quando hai deciso che avresti fatto un film dedicato a tua sorella e a questo mondo che conoscevi per vie indirette?

Avevamo già lavorato assieme a teatro. L’avevo già diretta in un mio spettacolo teatrale e quindi sapevo quale attrice incredibile fosse. Poi è arrivato un momento nella vita di Miriam, nel 2020, in cui ha iniziato a pensare di diventare madre e ha condiviso con me le sue paure, le insicurezze che viveva nell’immaginarsi una madre sorda in un mondo udente. E in quell’istante ho capito che non mi ero mai soffermata a pensarci. Nonostante avessi una sorella sorda, non avevo mai pensato a cosa possa significare essere una madre sorda in un mondo come il nostro. Così le ho detto che avrei voluto scrivere qualcosa su questo tema e che lei doveva esserne protagonista. Da lì è nato il cortometraggio omonimo da cui questo film è tratto: Sorda. E ciò che è successo, è che sono rimasta incantata. Come ho detto, l’avevo già diretta in teatro, ma ricordo il momento esatto in cui ho messo la camera di fronte a Miriam per la prima volta e l’ho guardata attraverso l’inquadratura. È stato indescrivibile. Ho capito quanto fosse un’attrice enorme, con una serenità, un modo di occupare lo spazio e far sentire la sua presenza, una generosità nei confronti della camera che mi permetteva di entrare dentro di lei completamente.  

Lì è nata l’idea di trasformarlo in un lungometraggio?

Esatto, per due motivi. Innanzitutto, appena finito il corto avevo già voglia di riprendere a lavorare con lei. E dall’altro lato, la storia si fermava molto presto, concentrandosi solo sul momento in cui Ángela e il marito iniziano a discutere della possibilità di avere un figlio. Ma non la vediamo mai incinta all’interno del cortometraggio, neanche a inizio gravidanza. Così sono rimasta con questa curiosità, di cosa sarebbe potuto succedere se avessimo ripreso a lavorare assieme proprio da quel punto d’interruzione. Cosa succede se questo marito così attento alla sordità della sua compagna, si ritrova a dover crescere una figlia che invece può sentire? Come cambia la relazione fra marito e moglie? Come sarebbe stata la relazione di Ángela con sua figlia?

Dove sei andata a documentarti, per trovare queste risposte?

A quel punto l’esperienza di Miriam non bastava più, perché il cortometraggio si limitava a immaginare la possibilità della gravidanza, mentre Miriam ha poi deciso di non diventare madre. Queste domande mi portavano oltre e mi hanno portato a separare completamente l’esperienza reale di Miriam dalla sceneggiatura del lungometraggio, diversamente rispetto a come avevo fatto nel corto. Quindi ho avviato una prima fase di documentazione, svolgendo interviste e raccogliendo testimonianze da parte di madri sorde, che potessero raccontarmi le loro esperienze con il lavoro, con i loro figli, con l’imbarazzo che nasceva dal rapporto col mondo circostante. Per me era molto importante questa fase, affinché potessi costruire una storia di cui mi sentissi sicura, che mi facesse sentire legittimata a raccontarla. Il film è totalmente di finzione, ma getta le sue fondamenta in quelle testimonianze.

Parlando proprio di questo: il tema cardine è come il nostro mondo non sia adibito per le persone sorde e tenda quindi a escluderle naturalmente. Quali sono i pregiudizi e gli ostacoli più grandi, ma anche più sconosciuti, che incontra una persona sorda nella nostra società? 

Il problema principale della nostra società è anche il più ovvio: non si educa, né è predisposta a sensibilizzarsi, per meglio relazionarsi con le persone “non conformi” o più in generale con la diversità. Per esempio, io ho potuto e voluto raccontare questa storia perché mia sorella è sorda, ma a parte questo, non saprei nulla sulle persone sorde o con altre disabilità sensoriali. Non mi è venuta alcuna conoscenza dalla società. Adesso potrei entrare nel merito di particolari competenze su questi argomenti, ma mi limiterò a far notare questo: il problema della sordità è il suo essere una disabilità invisibile. Non l’unica, ma trattandosi di una disabilità invisibile, tu non hai modo di riconoscere una persona sorda. Per esempio, vedere un bastone per ciechi genera in te un’immediata empatia. Vedere una persona in sedia a rotelle ti spinge subito a una maggiore attenzione. Così non è nel caso di una persona sorda.

E questo cosa comporta, sulla base della tua esperienza?

Comporta che i sordi si trovano costantemente in condizioni di disagio e imbarazzo. Le persone gli parlano, loro non capiscono e quindi vengono spesso trattate come se fossero stupide, come se avessero una disabilità intellettiva quando non è così. E soprattutto, la sordità è una disabilità che allontana tantissimo e isola dal resto del mondo. Immagina di vivere in una società che non sa comunicare con te. Non hai accesso alla cultura, non hai accesso alla politica, non hai accesso allo svago. Ci sono persone sorde che vivono in famiglie dove nessun membro parla o conosce la lingua dei segni. Se vogliono comunicare sono costrette a leggere il labiale, spesso al costo di una fatica costante. Essere una persona sorda in questo mondo significa, in breve, non poterti autoaffermare completamente come persona, alle stesse condizioni di partenza di una persona udente o priva di una disabilità. Significa che vivere la vita e partecipare al mondo si trasformano in un esercizio sfiancante e comportano molta, moltissima frustrazione, molta incomprensione, assenza di comunicazione o di attenzione da parte della gente. Ecco cosa comporta.

Da come parli di tua sorella, è chiaro che non avresti voluto altra protagonista al di fuori di lei. Ma come ti posizioni in quel grande dibattito odierno sull’autorappresentazione delle categorie sottorappresentate? È giusto che attori non udenti interpretino personaggi sordi?

Succede in molte occasioni e in molte occasioni con ottimi risultati, per carità. Succede di continuo che attori udenti interpretino personaggi sordi, molto più di quanto non capiti ad attori che sordi sono davvero. Nel mio film, volevo che tutti i personaggi sordi fossero interpretati da attori e attrici sorde. Era una condizione indispensabile per la realizzazione del film, a costo di non farlo. E questo per un motivo molto semplice. Prima ancora di ciò che è giusto, c’è la questione dell’accesso alle opportunità. In Spagna non ci sono ruoli per attori e attrici sorde, se non quei pochi che appunto riguardano la sordità (e alle volte nemmeno quelli). Si tratta di assumersi la responsabilità politica, perché ogni scelta che facciamo è una scelta politica. E per me non c’era discussione: potevano farlo solo delle persone sorde. E mia sorella doveva essere la protagonista, perché per me è l’attrice migliore del mondo. E anche su questo non c’è discussione. 

E per quanto riguarda il personaggio di Hector, il marito di Ángela? L’attore Álvaro Cervantes conosceva già la lingua dei segni?

Ha imparato tutto per il film, è stato bravissimo! Si è aggiunto al progetto un anno prima dell’inizio delle riprese e ha passato tutto quel tempo a imparare la lingua dei segni. Perché non bastava che imitasse, imparando i segni come fossero delle battute già scritte. Volevo che interpretasse, che fosse libero di improvvisare in un botta e risposta con Miriam. Come qualunque attore quando parla un’altra lingua su schermo, non basta che ripeta le parole a memoria senza capirle. Deve aver imparato la lingua. Basti pensare alla scena del parto… 

Ti volevo chiedere proprio di quella. Credo sia la scena più potente di tutto il film, perché mostra come una situazione già traumatica di suo possa moltiplicarsi per cento, in un mondo impreparato alla sordità. Come ti è venuta in mente?

Quella è l’unica scena del film al cento per cento reale, senza alcun elemento di finzione. È una scena che ho scritto mettendo insieme tutte le testimonianze delle madri sorde che ho intervistato e tutto ciò che vedi sono momenti del parto accaduti realmente. Quando non parlano la lingua e il marito deve tradurre, quando Ángela strappa la mascherina all’ostetrica perché non legge il labiale. Tutto in quella scena è reale ed è proprio il motivo per cui sono partita da quella per scrivere l’intero film e racchiudervi il senso. È stata una delle prime scene che ho scritto, perché mi hanno impressionato molto le testimonianze di queste donne. Ognuna aveva avuto esperienze di maternità completamente diverse, ma tutte le madri sorde hanno una cosa in comune: i loro parti sono sempre traumatici a causa del problema dell’incomunicabilità. E lì ho deciso che avrei usato una vera equipe medica. Quelli che vedi non sono attori, ma veri medici del reparto di ostetrica.

Come mai questa scelta?

Perché volevo lavorare con un tipo di una problematica che loro conoscono molto bene. Nessuno di loro ha dovuto interpretare, perché tutti hanno attinto dalla frustrazione e il nervosismo che hanno vissuto realmente quando si sono trovati ad assistere donne sorde, non riuscendo a comunicare con loro perché non gli viene insegnato. Non c’è un protocollo e se ci pensi, questa cosa è emblematica. Così sono partita dalla realtà e l’ho spinta al livello successivo, volevo che tutto in quella scena suonasse assolutamente reale così come mi era stato raccontato. E quindi ho scelto di non far incontrare Miriam e Álvaro con l’equipe medica, se non nell’istante prima di girare la scena. Io ho preparato separatamente gli uni e gli altri alla scena, ma li ho fatti incontrare solo a telecamera accesa, così da fargli vivere la sequenza con l’impatto di qualcosa di nuovo e imprevedibile. Con tutti questi stratagemmi, ho cercato di ricreare l’impatto che aveva generato in me ascoltare quei racconti, per rendere loro giustizia.

Mi ha molto colpito la gestione del sonoro, ovviamente fondamentale in un film del genere. Mi ha colpito come all’inizio ci sia una grande generosità di dettagli sonori, ambientali, quasi a voler insistere su tutto ciò che lei non può sentire… e poi si mutano così all’improvviso. Che richieste hai fatto ai tuoi sound designer?

Quell’idea è nata dal fatto che volevo esplorare la sensibilità di Ángela e al contempo restituire la sua soggettività. Ma non riuscivo a pensare come trasmettere tutto quello, come farlo provare davvero allo spettatore. Poi mi sono resa conto che arriva un momento nel film, quando smettiamo di sentire il sonoro, in cui Ángela ha accumulato già molta frustrazione, entra in crisi e si spezza in due. Non riesce più a trovare un posto nel suo cuore per Hector e sua figlia, non sa come uscire da quell’impasse e ritrovare una nuova versione di sé al fianco del marito e della sua bambina. E quando alla fine si rompe in due, ho capito che era il momento per avvicinarci a lei. E il modo per entrare dentro di lei era passare proprio dal sonoro, che rappresenta il mondo di tutti gli altri personaggi, all’assenza di suono che contraddistingue il suo. Quell’avvicinamento è necessario, anche perché è il momento che più avrebbe potuto allontanare il pubblico da Ángela. Tutta quella gelosia per sua figlia  rischiava di non essere capita. Il pubblico l’avrebbe giudicata come capricciosa ed egoista. Invece, attraverso quel cambio di prospettiva sonora e di regia, si compie l’atto finale di comprensione e accettazione di tutto ciò che una persona sorda vive.

Il silenzio degli altri vi aspetta al cinema dal 28 maggio. Lucky Red lo distribuisce in tutte le sale, sia nella versione originale spagnola che in quella doppiata e senza distinzioni di proiezione, con sottotitoli descrittivi per sordi e con l’aggiunta di un’audiodescrizione dedicata disponibile sull’app MovieReading per gli spettatori con disabilità visiva. 

 

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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