A distanza di 62 anni, Il Dottor Stranamore di Stanley Kubrick torna al cinema in versione restaurata 4K. Riguardandolo si ride ancora molto. E ci si incupisce di aver riso, come allora. L’approfondimento di Alessandro Trocino ci ricorda la sua impressionante attualità.
Di Alessandro Trocino*
Nel maggio scorso, Donald Trump ha spiegato che se il cessate il fuoco dovesse fallire, «non resterebbe che assistere a un unico grande bagliore proveniente dall’Iran». La risposta di Teheran è arrivata su X, dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, che ha postato una clip del Dottor Stranamore, con il maggiore Kong (Slim Pickens) che monta sulla bomba H, piazzata nel portello del B52, agitando il cappellone da cowboy come in un rodeo, mentre si schianta sull’Unione sovietica e provoca una catastrofe nucleare. Bisogna immaginarsi Trump a cavallo dell’apocalisse, con la capigliatura bionda che sventola mentre provoca trionfante l’unico grande bagliore che ci avvolgerà per sempre.
Riguardando Dr. Strangelove, uscito nel 1964, si ride ancora molto. E ci si incupisce di aver riso, come allora. Stanley Kubrick, ossessionato dall’incubo nucleare, ha in mente di girare un thriller politico drammatico, tratto dal romanzo «Red Alert» di Peter George, ex pilota della Raf e ufficiale dei servizi segreti britannici. Si studia quarantasei libri sulla strategia nucleare e si consulta con esperti come lo stratega Herman Kahn. Ma quando inizia a lavorare sulla sceneggiatura, cambia i suoi piani: «L’idea di farne una commedia da incubo mi è venuta nelle prime settimane di lavoro sulla sceneggiatura. Mi sono reso conto che, cercando di dare sostanza alla storia e di immaginare appieno le scene, bisognava tralasciare elementi assurdi o paradossali, per evitare che risultassero divertenti; ma questi elementi sembravano essere al centro delle scene in questione… Le cose che fanno ridere sono in realtà il cuore delle pratiche paradossali che rendono possibile una guerra nucleare».
C’è chi trovò irrispettoso e anti-americano il film. Come Bosley Crowther, che scrisse sul New York Times: «Sono turbato dal sentimento di discredito e persino di disprezzo per l’intero apparato di difesa. È la più devastante e malata beffa in cui mi sia mai imbattuto». Lo storico Lewis Mumford lo difese e scrisse che «se lo spettatore non fosse purificato dalle risate, sarebbe paralizzato dall’insopportabile ansia che questa politica, una volta valutata onestamente, produrrebbe». Susan Sontag scrisse che «Il Dottor Stranamore è nichilismo per le masse, un nichilismo filisteo». Dr. Strangelove ci scava ancora dentro, a 62 anni di distanza. Sul New Yorker, per il cinquantesimo anniversario, David Denby scrisse che «il film prende in giro i molti americani che acconsentono a una logica folle». E prende in giro molti di noi, anche oggi. Mentre deridiamo quelle figurine patetiche e grottesche, loro giocano con il mondo come Charlie Chaplin ne Il Grande Dittatore. E potrebbe esplodere in qualunque momento, per un capriccio, un calcolo sbagliato o una goffaggine.

Gli elementi di farsa e di tragedia che ci porteranno all’apocalisse – e fin quando non si verifica, certo, è catastrofismo – sono tutti sul tavolo. Il 15 luglio il segretario alla Guerra Pete Hegseth, quello che ha annunciato una fucilazione in streaming, ha detto di voler verificare i livelli di testosterone delle truppe. Un alto livello di testosterone, ha spiegato, è un vantaggio tattico e «abbiamo il sacro dovere di mantenere tale vantaggio». Come non vedere assonanze nelle parole del colonnello Jack D. Ripper, che teme di essere stato contaminato dai russi e che pensa che l’inquinamento dei suoi «preziosi fluidi corporei» lo abbia portato all’impotenza? Sarà questa défaillance sessuale a spingerlo a lanciare l’attacco nucleare contro l’Unione sovietica – il film è pieno di riferimenti erotici, e anche la bomba è stata vista come un gigantesco fallo -, mentre il presidente cerca invano di fermarlo. Un complottismo virile e fascistoide, quello di Ripper, non molto dissimile dai deliri di Trump, secondo il quale gli immigrati stanno «avvelenando il sangue» degli Stati Uniti, cioè la purezza dei fluidi corporei degli americani bianchi.
La fluorizzazione dell’acqua potabile, del latte e del gelato dei bambini – dice Ripper – «è stato il complotto comunista più mostruoso che sia mai avvenuto». I complottisti hanno da tempo conquistato la Casa Bianca, attraversando le menti no vax della base Maga (Make America Great Again) e inventando teorie più strampalate di quella di Ripper, come il pizzagate che collegava i Democratici a un giro di pedofilia.
L’elenco delle assonanze con l’attualità politica è impressionante. Hegseth si concentra nel far saltare in aria le barche dei narcotrafficanti e ha la stessa serietà esaltata del generale Turgidson – generale dell’Aeronautica, interpretato da George C. Scott – che si entusiasma perché con il gas di scarico dei B52 ci si possono friggere i polli in un cortile. Il segretario alla Guerra indottrina così le sue truppe, a Quantico: «Niente ciccioni, niente trans, niente barbuti, strambi, smidollati, radicali. Solo guerrieri. Fuori i pagliacci ideologici, dentro i cowboy patriottici». Si possono immaginare le sue vene del collo tendersi, i bicipiti scoppiare, come quelli del generale Turgidson, sempre stentoreo, in pose macho e militaresche.
Negli anni Sessanta l’equilibrio si reggeva sulla deterrenza, la teoria della mutua distruzione assicurata (acronimo, Mad, come matto). L’uso di armi nucleari, si teorizzava, avrebbe comportato la completa distruzione sia dell’attaccante sia del difensore. Questo creava una paralisi vitale. Lo spiega lo stesso dottor Stranamore nel film: «La deterrenza è l’arte di creare nell’animo dell’eventuale nemico il terrore di attaccare». Kubrick immagina un sistema automatico di risposta a un attacco del nemico messo a punto dai sovietici, non disinnescabile dagli uomini: nel caso un aereo americano sganciasse una bomba sul territorio nemico, ci sarebbe l’inevitabile risposta nucleare. Ma i sovietici si dimenticano di avvertire gli americani di avere architettato «la macchina dell’apocalisse», vanificando la deterrenza. Per tutto il film, i due presidenti cercano invano di fermare la catastrofe. Ma ormai è troppo tardi, l’uomo non può fare più nulla, è superato dalla tecnologia. Eppure Turgidson, emblema del militare che ha perso il senso della realtà, difende ancora il sistema: «Non credo sia giusto condannare l’intero programma per un singolo errore, signore». La fine del mondo è dunque un «errore», un «singolo errore». Come quello dell’intelligenza artificiale, che ci ucciderà tutti, come stanno dicendo molti di quelli che l’hanno creata. Per errore. Che probabilità hanno i robot di distruggere l’umanità, hanno chiesto a Elon Musk? E lui serio, neanche troppo preoccupato: «Il 20 per cento».

L’aspetto più agghiacciante ed esilarante del film è lo scarto tra gli egoismi di leader inetti e grotteschi e il grado di potenza schiacciante che maneggiano. L’apparato ideologico non era molto diverso da quello di oggi. Era un’America omofoba, ossessionata dai comunisti, dai confini nazionali, dal patriottismo, dal dominio del mondo. Allora la gara era con l’Unione sovietica, oggi con la Cina. Non possiamo fermare l’intelligenza artificiale, dice Trump, perché «chi vince sull’AI vince». Ma chi vince trascina tutti nel baratro. Anche a noi daranno, come ai piloti di Dr. Strangelove, una razione di sopravvivenza con una pistola, gomme da masticare, la sacra Bibbia e preservativi? La censura, tra l’altro, provò a convincere Kubrick a escludere questi ultimi, per nulla preoccupata della Bomba.
Ai potenti pazzoidi – Ripper, Turgidson e il dottor Stranamore – si contrappongono alcuni personaggi che rappresentano la ragionevolezza, la serietà, la razionalità. Come il presidente (il formidabile Peter Sellers), rigido, paziente e patetico nel tentativo di compiacere il nemico russo. O come Mandrake (di nuovo Sellers, che interpreta anche il dottor Stranamore) che prova con la gentilezza e il buon senso a convincere Ripper a desistere e a dargli il codice nucleare. È particolarmente straziante nel film assistere alla disfatta della ragionevolezza di fronte al potere della follia. Un po’ come nei Predatori dell’arca perduta, quando il nemico tira fuori una scimitarra e la fa roteare con grande virtuosismo: Indiana Jones vede l’arma bianca, residuo del passato come la ragione, estrae la pistola con aria annoiata e chiude la partita.
Il dottor Stranamore è il direttore della ricerca, un tedesco con gli occhiali scuri e il sorriso stampato in faccia e un braccio meccanico, guantato di nero, che ha la tendenza incontrollabile a scattare in alto nel saluto nazista o a stringerlo in una morsa mortale alla gola. A essere inquietante non è solo che sia nazista, ma che sia perfettamente integrato all’interno del comando militare americano (anche se ogni tanto gli scappa un Mein Führer). Proprio come Wernher von Braun, il nazista creatore del razzo V-2 che terrorizzò Londra alla fine della guerra, e che diventò uno dei più importanti scienziati missilistici americani.

Il dottor Stranamore ha un piano: far scendere in miniera una parte della popolazione, dove si potrà sopravvivere fino a 93 anni, protetti dalla distruzione provocata dalla bomba. Come si sceglieranno i fortunati? Lo deciderà il computer. Saranno scelti tra militari, politici, e ci saranno dieci donne per ogni uomo: la priorità sarà per quelle più seducenti, perché anche sepolti nelle miniere bisogna pensare a fare figli e a non farsi sorpassare dai russi. Non ricorda gli allarmi sulla denatalità, le teorie razziste della Grande sostituzione, il timore di genocidio dei bianchi e degli occidentali e la paura che il miliardo e mezzo di cinesi ci sconfigga con la forza dei numeri?
Oggi, il dottor Stranamore potrebbe essere coinvolto nell’eterno dibattito sul pacifismo, contro il riarmo e contro la logica della deterrenza. Nella base militare americana, nel film, campeggia il cartello: «La pace è il nostro mestiere». Un paradosso, del tipo «se vuoi la pace prepara la guerra». A un certo punto, il generale Turgidson spiega: «Non dico che con la bomba non ci ritroveremmo con i capelli spettinati. Ma dico che saranno non più di dieci o venti milioni di morti». Un sacrificio necessario, un dettaglio della storia. Trump, parlando dell’Iran in Nebraska, pochi giorni fa ha detto: «Che facciano fuori Los Angeles. Che facciano fuori San Diego. Sarebbe un piccolo prezzo da pagare». Il suo braccio è rimasto fermo, ma quello del suo sodale Musk, ogni tanto, si alza irresistibilmente.