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Il Dottor Stranamore torna al cinema: perché amiamo ancora la bomba?

Tempo di lettura 14 min

La deterrenza è tutto ciò che ci separa dall’apocalisse, ma non funziona: ce lo dicono Il Dottor Stranamore e molti altri film.

Di Carlo Giuliano*

Che io mi ricordi e soprattutto nell’ultimo periodo, sono sempre stato ossessionato dai film sulla fine del mondo. Non parliamo tanto o solamente di post-apocalissi zombie o disaster movie a sfondo climatico: parliamo anche di collasso sociale e politico, crollo della democrazia, distopie orwelliane, Intelligenze Artificiali fuori controllo ed escalation nucleari. Sono tutti scenari molto più inquietanti perché molto più probabili di un’epidemia zombie. E visto che il cinema è sempre specchio e anticipatore del mondo presente e futuro, quello che esce oggi ci parla con una certa insistenza di tutti questi possibili scenari, anche riproponendo inquietudini che sembravano sopite. 

E questo mi porta direttamente al 1964, cioè a quella che è probabilmente l’origine di questa mia ossessione: Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba di Stanley Kubrick. Mio padre me lo fece vedere a sei anni – no jokes! – una sera in cui mi chiese che film volessi vedere e io gli risposi: “Quello con il cowboy”, intendendo l’iconica scena vista di sfuggita la sera prima, in cui il Maggiore “King” Kong interpretato da Slim Pickens cavalca la bomba. Lui mise su un DVD rimasterizzato, di quelli che ripartono una volta finito il film. Poi si addormentò e io continuai a vederlo per tre volte fino a notte fonda, ridendo come un pazzo fino a svegliarlo, e a farmi spedire a letto per direttissima. 

Inutile dirlo, Il Dottor Stranamore è ancora oggi il mio film preferito nella storia del cinema e sono abbastanza sicuro che in quella mia ossessione c’entra l’imprinting avuto quella notte che avevo sei anni, e vidi per tre volte di fila le bombe nucleari scoppiare a decine sulle note di We’ll Meet Again di Vera Lynn. Io e mio padre amiamo ogni singola battuta, scena e personaggio di quel film. E a chi possa dubitare delle risate di un bambino di sei anni di fronte a una satira politica così complessa, ricordo quel tono da commedia slapstick che Il Dottor Stranamore serba eccome nel mezzo di tutta quella teoria sulla deterrenza, dalle voci gracchianti da cartone animato a George C. Scott che inciampa rovinosamente nella war room –  caduta accidentale tenuta da Kubrick in montaggio – mentre grida: “Guardate il quadro, si preparano a darcele!”.

Insomma, potrei stare a raccontarvi tutto il giorno perché il me di 6 anni amasse Il dottor Stranamore. Ma ora che ne ho 27, faccio questo mestiere soprattutto per colpa di questo film e Lucky Red lo riporta al cinema restaurato in 4K solo il 12-13-14 ottobre, ecco ora trovo più urgente affrontare tutta quell’altra anima del film di Stanley Kubrick (e di una manciata di altri che seguiranno) che non fa affatto ridere. Quella teoria della deterrenza nucleare, così centrale nel mantenimento degli equilibri del mondo eppure così fragile, su cui dall’invenzione delle armi atomiche in poi abbiamo imperniato tutto il nostro senso di sicurezza. Ecco: quella teoria, ci dice Kubrick, è tutto ciò che ci porterà alla distruzione. Perché viviamo, ci ha detto più di recente Kathryn Bigelow in un film che con Il dottor Stranamore ha molto da condividere, in una casa imbottita di dinamite. È sufficiente un idiota con un accendino.

La deterrenza nucleare, ovvero: uno stallo alla messicana

Come ho detto, ci sono cose che del Dottor Stranamore fanno ridere anche a sei anni, e cose che uno capisce da grande. La cosa che ho capito più tardi di tutte – ironicamente, dopo essermelo tatuato – è perché il Generale Ripper – interpretato da un esilarante Sterling Hayden già protagonista per Stanley Kubrick in Rapina a mano armata – mandi il suo stormo di bombardieri nucleari B-52 – “Ognuno con un carico di Bombe H per un totale di 40 megatoni, il cui potere distruttivo è pari a sedici volte quello di tutti gli ordigni esplosivi usati da tutti gli eserciti durante la Seconda Guerra Mondiale”, come ci spiega lo stentoreo narratore da cinegiornale di guerra – a bombardare l’Unione Sovietica. 

Cioè, lo dice: perché è convinto che i russi avvelenino l’acqua e i gelati dei bambini – ed ecco spiegato perché i comunisti bevano solo vodka. E può farlo, di mettersi contro il suo Presidente nel frattempo in preda al panico al Pentagono, proprio grazie ad alcuni piani di deterrenza nucleare che la guerra avrebbero dovuto impedirla. Per i non avvezzi, la deterrenza è quell’insieme di strumenti di dissuasione, minaccia e mutua distruzione assicurata che le varie potenze nucleari usano, per convincere altre potenze nucleari a non usare il proprio arsenale.

La teoria è semplice: se tu mi bombardi, i miei sistemi di risposta e rappresaglia sarebbero comunque troppo distruttivi. Una guerra nucleare non conviene a nessuno perché distruggerebbe tutti, tanto l’attaccato quanto l’attaccante, quindi nessuno la scatena. Ma perché questa teoria funzioni, la minaccia deve essere massimamente imminente. È come uno stallo alla messicana in cui tutti si tengono le pistole puntate addosso, in modo che nessuno possa sparare senza morire. Ma se parte un colpo per errore? 

Il Dottor Stranamore, ovvero: l’impotenza del maschio

 Quel proiettile impazzito si chiama proprio Jack D. Ripper (nomen omen) ed è stato lo stesso Presidente a fornirgli l’arma: il Piano R, un piano di rappresaglia che permette a qualunque generale di ordinare un bombardamento anche senza l’ordine della Casa Bianca, così da dissuadere i sovietici dal bombardare Washington per spezzare la linea di comando. Ovviamente, perché il Piano R funzioni, gli aerei possono essere richiamati solo da chi ha dato l’ordine. E ancor peggio: si scopre che i sovietici hanno anche loro l’arma di deterrenza definitiva, un ingegnoso congegno chiamato “ORDIGNO FINE DI MONDO” che prevede la distruzione del pianeta intero se una sola bomba cade sulla Russia. A spiegarci tutto questo c’è ovviamente un simpatico “ex” nazista – probabilmente ispirato alla figura di Wernher von Braun, ex maggiore delle SS e padre della missilistica assunto dalla NASA – interpretato dal fenomenale Peter Sellers in triplo ruolo: il Colonnello Mandrake, il Presidente Muffley e il Dottor Stranamore.

 

Insomma, risultato: una commedia esilarante in cui americani e sovietici mostrano tutta la loro idiozia e finiscono per allearsi contro il comune nemico (se stessi), così da abbattere gli aerei e salvare il mondo. A suon di fuoco amico. Ma una domanda resta: perché il Generale Ripper è convinto che i russi gli avvelenino l’acqua? Da quando ha iniziato a dare fuori di capoccia, gli chiede con la tipica educazione british Lionel Mandrake? Risposta: “Ho incominciato ad avere i primi sospetti durante l’atto fisico dell’amore. Come una sensazione di stanchezza, come un vuoto dentro di me. Fortunatamente io interpretai questi sintomi nel modo più esatto. Perdita di essenze. Ma le assicuro che non mi succede più, Mandrake. Le donne capiscono qual è il mio potere e cercano la linfa vitale. Io non evito le donne, Mandrake. Però nego loro la linfa vitale”. Ecco svelato l’arcano, la ragione alla base di tutte le guerre della storia: l’impotenza del maschio, il caro vecchio gioco a chi c’ha la bomba più grossa. Poveri noi. 

Fail-Safe, ovvero: il gemello minore

Molti non sanno che nel 1964, pochissimi mesi dopo l’uscita de Il Dottor Stranamore, arrivò un altro bellissimo film sullo stesso tema diretto da Sidney Lumet e con protagonisti fra gli altri Henry Fonda nei panni del Presidente USA e Walter Matthau in quelli dell’ex nazista di turno esperto di nucleare. È uno di quei tanti casi di film gemelli, cioè di pellicole uscite inspiegabilmente nello stesso anno, a pochissimi mesi di distanza, che causano inevitabilmente cause per plagio. Nonostante il film di Kubrick fosse tratto dal romanzo Red Alert di Peter George e quello di Lumet da Fail-Safe di Eugene Burdick e Harvey Wheeler, le cause fioccarono comunque: una di Kubrick per strappare l’uscita anticipata, una di Peter George contro gli autori di Fail-Safe.

La verità è che in questi casi è il polso del tempo a generare urgenze e percezioni comuni. Stanley Kubrick e Sidney Lumet sono stati entrambi due grandi interpreti del presente e solo due anni prima c’era stata la Crisi dei Missili di Cuba, cioè il momento in cui l’umanità è stata più vicina al baratro e la teoria della deterrenza si è dimostrata quanto mai inefficace. Anzi: foriera di escalation. Ma in realtà il confronto fra Il Dottor Stranamore e Fail-Saife – A prova di errore è estremamente interessante, perché pur nelle molte somiglianze, questi film gemelli affrontano due variabili molto diverse dello stesso problema: l’errore umano e quello tecnologico.

Se nel film di Kubrick si verifica il primo nella persona di Jack Ripper, nel film di Lumet l’errore è completamente informatico. Proprio come successe nell’Incidente dell’Equinozio d’Autunno del 1983, quando un tenente sovietico sventò la terza guerra mondiale riconoscendo come errore la segnalazione sul radar di un imminente attacco americano, in Fail-Safe succede che un aereo di linea fuori-rotta viene scambiato per un missile intercontinentale e innesca il bombardamento di Mosca. Così, per dimostrare la loro buona fede ai russi, gli americani si bombardano da soli New York per “andare pari”. Fail-Safe è il racconto speculare di un’idiozia umana che, seppur non in partenza, diventa responsabile nella risposta. È la vittoria della tecnologia sulla capacità di ragionare, di prendere decisioni basate sulla logica e non sulla coercizione del meccanismo. 

Il dottor Stranamore era l’ultimo ritratto di quanto stupidi fossimo. Fail-Safe fu il primo indizio di quanto fredde macchine saremmo diventati.

A House of Dynamite, ovvero: una casa imbottita di dinamite

Dopo il binomio del ’64, l’intrattenimento di massa ha praticamente cessato di parlare del più grande elefante nella stanza dell’umanità per oltre sessant’anni. Forse perché nel frattempo la Guerra Fredda era finita, l’elefante ce l’eravamo voluto dimenticare e le potenze del mondo si erano messe momentaneamente d’accordo attraverso patti di non proliferazione nucleare. “Oggi non è più così”, esordisce Kathryn Bigelow nel suo ultimo incredibile film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia due anni fa. Oggi quasi tutti i Paesi del mondo aumentano la spesa militare e fanno il pieno di bombe, raccontandoci che è per la nostra protezione. Proprio come alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, preceduta da una grande fase di riarmo e raffreddamento dei rapporti di diplomazia, sostengono il falso assioma che più armi uguale più pace. Implementano la deterrenza, aumentano la temperatura. Ci fanno vivere in una casa imbottita di dinamite.

“Not if, when”, recitava la logline di A House of Dynamite, la pellicola con cui la prima donna ad aver vinto il Premio Oscar come Miglior Film e Miglior Regia per The Hurt Locker, torna sui passi che furono di Kubrick e Lumet. Ne mette insieme le conclusioni. Perché per Kathryn Bigelow, regista formidabile, l’errore è sia umano che informatico. L’errore è ovunque, in ogni codice ripetuto al telefono, nel calcolo di una traiettoria, nell’unto delle mani sporche di patatine in quell’unico momento in cui si dovrà premere il pulsante più importante delle nostre vite, al momento giusto. E l’errore è infine, soprattutto, umano: di noi persone comuni che andiamo al lavoro mentre affrontiamo un divorzio, un lutto o il figlio dal pediatra. Io faccio il critico, alla peggio mi va male un’intervista per colpa dell’ansia. Ma chi per lavoro è chiamato a decidere delle sorti dell’umanità e a decidere in fretta, nell’arco di 18 minuti?

A House of Dynamite immagina un missile sconosciuto diretto su Chicago – e anche lì, non sarà come nel 1983? – e a partire da esso racconta un’escalation nucleare che si consuma in 18 minuti. La racconta dal punto di vista di varie sale dei bottoni e delle decisioni, proprio come Il dottor Stranamore ma senza far ridere, mostrando una catena di comando che tanto più la si risale, quanto più si dimostra impreparata e soggetta agli errori dei livelli precedenti. E lo fa con un’enorme accuratezza e conoscenza dei sistemi nucleari grazie al contributo in sceneggiatura di Noah Oppenheim, ex direttore di NBC News. Il punto di Kathryn Bigelow è semplice: abbiamo costruito una casa di dinamite e tutto ciò che le ha impedito di esplodere, finora, è un sistema imperfetto soggetto a centinaia di margini di errore. Ed è sufficiente che se ne verifichi uno solo, soltanto uno. Non se. Quando.

Jupiter, ovvero: se il Presidente è un narcisista patologico

In tutti questi film, i Presidenti chiamati a dover rispondere all’emergenza sono tutti relativamente decenti: un po’ fessi forse, ma sia Henry Fonda che Peter Sellers sono estremamente concilianti e Idris Elba richiama fortemente la Presidenza Obama. Eppure, Kathryn Bigelow ci tiene a dircelo per bocca di una guardia del corpo: “Ne ho serviti quattro di loro, erano tutti dei narcisisti”. Lo dice mentre Elba sta giocando a basket a telecamere spianate, una delle tante messinscene di raccolta del consenso che portano inevitabilmente a chiedersi se i nostri governanti si occupino davvero di governare, o non siano altro che delle rockstar megalomani scarrozzate in limousine da una parte all’altra, mentre decidono se bombardare una scuola o un ospedale come se ordinassero da un menù.

Cosa succede se persone così inebriate dal potere, spesso permalose e ottusamente orgogliose, nazionaliste e narcisiste, sono chiamate a decidere di una cosa così grande? Sydney Lumet non se lo chiede, Kubrick e Bigelow lo fanno più o meno direttamente. Ma il film che più di tutti si concentra su questo punto, su questo ultimo fondamentale tassello necessario a chiudere il cerchio, è stato da poco presentato alla Mostra di Venezia e ha per protagonista Denis Ménochet. Si intitola Jupiter e immagina una ben meno ipotetica escalation nucleare sul fronte russo-ucraino. Per farvela breve: il protagonista è un orgoglioso Presidente francese – come tutti i francesi – che ha perso di recente sua figlia. E sarà sulla base di sentimenti e passioni molto umane che prenderà quelle decisioni, come farebbe ciascuno di noi in ogni scelta della sua vita. Ma cosa succede se la scelta riguarda una guerra nucleare? Credete che l’urgenza la renderebbe più lucida?

Adrenalina, margine di errore, orgoglio, impotenza, lesa maestà, codici crittografati, pulsanti che non funzionano, telefoni che non rispondono, proiettili che dovrebbero intercettare altri proiettili e tutto quell’insieme di variabili fallibili e sentimenti umani che affastellano il nostro universo. Ciò che questi quattro grandi film hanno fatto, in modo diverso, è stato dirci chiaro e tondo che le armi nucleari sono qualcosa di troppo grande e le nostre capacità di controllo troppo ridotte, per continuare a fidarsi del sistema. Non dovrebbero esistere proprio. Perché contrariamente alla famosa, parossistica avvertenza di Kubrick all’inizio de Il Dottor Stranamore – “È posizione ufficiale della United States Air Force che le procedure di sicurezza adottate siano tali da impedire il verificarsi di eventi come quelli descritti in questo film” – saranno proprio i nostri sistemi di sicurezza a causare la nostra fine.

Fino ad allora, non ci resta che riderne. E Il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba è il film che ci è riuscito meglio di chiunque altro, un capolavoro di satira politica e del cinema tutto che vi aspetta restaurato in 4K solo il 12-13-14 ottobre.

*Nato a Roma nel 1999, critico cinematografico e creator passato per web, cartaceo, social media, televisione, radio e podcast. La prima esperienza a 15 anni come membro di giuria per la XII Edizione di Alice nella Città. Dal 2019 si forma presso il mensile cartaceo Scomodo, di cui coordina anche la rete distributiva in tutta Italia. Nel 2022 svolge un master in podcasting presso Chora Media, cicli di lezioni nei licei con il Museo MAXXI ed è il vincitore del Premio CAT per la critica cinematografica. Ha collaborato con le pagine del Goethe-Institut e del Sindacato Pensionati CGIL. Dal 2021 scrive stabilmente per CiakClub, di cui è Caporedattore e principale creator.
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