L’attore Alessandro Borghi e il regista Alejandro Amenábar raccontano la loro ultima fatica insieme: Il prigioniero, ora al cinema.
Miguel de Cervantes è prigioniero. Prima di Don Chisciotte, prima di Sancio Panza, prima di scrivere il libro più letto di sempre, qualcuno dice anche più della Bibbia. Ma è in quella prigionia araba che questo film racconta, tratto da una storia vera sconosciuta ai più di noi, che Cervantes trae l’ispirazione per le sue storie.
Il prigioniero del regista Premio Oscar Alejandro Amenábar (Mare dentro, The Other, Regression) è un film che mescola melodramma, avventura e molti altri generi, come spiega lui in conferenza stampa. Ma il suo discorso più interessante rimane quello sulle storie e la loro capacità, più o meno metaforica, di renderci liberi.
A interpretare Miguel c’è un giovane Julio Peña Fernández, affiancato da un vanto tutto nostrano come Alessandro Borghi nei panni di Hasán Bajá, temuto signore di un’Algeri mille volte più tollerante di tante nostre città contemporanee. In quella libertà, lontano dall’oscurantismo della Castiglia, il giovane Cervantes si perderà tra fiaba, amore e magia del racconto.
Per l’uscita del film, che trovate già in sala, abbiamo avuto un lungo incontro con Alejandro Amenábar e Alessandro Borghi. Come si sono incontrati? Cosa guida la loro voglia di raccontare storie? E cosa guida questa storia in particolare?
Alessandro, cosa ti ha spinto a voler accettare questo progetto?
Alessandro: Il motivo per il quale ho deciso di fare il film si chiama Alejandro Amenábar e non avevo bisogno di altri motivi. Semplicemente un giorno mi hanno chiamato per dirmi: “Amenábar ti ha scritto una lettera per chiederti se vuoi leggere il suo film”. E io ho risposto: “Forse non c’è neanche bisogno che lo legga, lo farei e basta”, perché sono un grande appassionato del suo cinema. Con Alejandro ci siamo sentiti più di un anno prima che iniziassero le riprese e gli scambi che sono seguiti per tutta quella finestra temporale sono stati molto importanti. Ci siamo scritti molto tempo, abbiamo lavorato sul materiale, poi abbiamo iniziato a incontrarci e quell’incontro è stato ancora più bello. In un secondo momento è arrivato Julio Peña, che era stato scelto poco dopo di me, e abbiamo capito come si fosse formato un trittico magico in cui tutti ci sentivamo molto al sicuro.

E cosa ha spinto Alejandro a scrivere questa lettera? Come sei entrato in contatto con il lavoro di Alessandro?
Alejandro: L’avevo visto ne Le otto montagne e mi era piaciuto tantissimo. Ammiravo moltissimo il suo lavoro e i co-produttori italiani de Il prigioniero insistevano sulla necessità di avere un attore italiano per quel ruolo, che fosse molto talentuoso e conosciuto. Quindi Alessandro è stata la nostra prima opzione. A volte capita questa felice congiuntura, questo miracolo che la tua prima opzione ti dica anche di sì. Altre volte è la seconda opzione ed è successo per altri ruoli di questo film. Ad Alessandro ho inviato la sceneggiatura in inglese accompagnata da questa lettera e lui ha accettato immediatamente. A quel punto, non mi serviva sapere altro. Avevo una grande fiducia in lui ed è stata ripagata.
Ad accomunarvi c’è questo approccio al genere che il cinema europeo sembra essersi dimenticato: non andare in sottrazione e anzi inseguire il melodramma, l’epica, l’avventura. Quanto volevate lavorare su questo aspetto?
Alejandro: Come cineasta, rispondendo per me stesso, credo che ciascuno debba seguire la propria strada e visione, indipendentemente da quelle che sono le tendenze del momento. E trattandosi questo di un film che parla soprattutto di libertà, io ho sempre avuto la fortuna e la libertà, in tutta la mia carriera, di fare i film che mi piaceva fare e nella maniera in cui mi piaceva realizzarli. Tenendo conto della storia, questo film si prestava a diversi livelli, diversi generi. È un film d’avventura, una storia d’amore, un dramma carcerario. C’erano tutti questi elementi perché a me non piace nascondere le mie carte allo spettatore. Quando faccio un film penso direttamente al pubblico che lo vedrà in sala e voglio soddisfarlo in ogni modo possibile. Ma ripeto, ciascuno fa film e lavora alla sua maniera, seguendo quello che è il suo stile e il suo percorso.
Alessandro: Vi racconto questa cosa. Quando ho visto il film per la prima volta, avendo lavorato solo a una parte di esso e avendo girato soprattutto le scene più intime, non avevo idea di che respiro avrebbe avuto nella sua interezza. E sono rimasto molto sorpreso da questa dimensione… di fiaba per adulti, che non mi aspettavo assolutamente. Quindi mi sono messo a sedere, come un qualunque spettatore, e mi sono fatto raccontare questa storia di cui sapevo poco o nulla. È stato come riconoscere, ritrovare un codice cinematografico di quando ero molto più giovane. Mi ha sorpreso, rasserenato, reso felice. Ci ho ritrovato il cinema nella sua essenza più pura, quello che ti fa mettere a sedere e ti dice: “Ora ti racconto due ore di una storia e vedrai che te ne ricorderai”. È una sensazione molto bella, che come spettatore sentivo di aver perso e l’ho ritrovata in questo film.
E tu Alessandro, come ti sei approcciato al personaggio?
Alessandro: Mi affascinava che il film partisse da tutta una serie di elementi a me sconosciuti. Non conoscevo la storia di Cervantes, non avevo mai parlato mezza parola di spagnolo. Quindi c’era sicuramente qualcosa di nuovo su cui lavorare, qualcosa di nuovo da imparare, che come spesso succede è ciò che diventa la mia benzina. Mi mette in moto. E ho capito di potermi affidare completamente alla visione di Alejandro, perché mi sentivo del tutto guidato in un mondo che non conoscevo e nella possibilità di raccontare un personaggio che in Spagna è arcinoto ma di cui, in Italia, conosciamo parte delle opere ma molto meno la vita. E infine c’era tutta una componente che aveva a che fare con il corpo, con la scelta di raccontare quel tipo di libertà sessuale diffusa in quel periodo ad Algeri. Per me è diventato assolutamente necessario esaudire il desiderio narrativo di Alejandro e ho cercato semplicemente di fare quello che provo a fare sempre: mettermi al servizio del racconto. Però stavolta, come successo altre volte, ho avuto la grande fortuna di lavorare con un regista straordinario e con una compagnia di persone che mi hanno accolto e fatto sentire parte integrante, pur non spiccicando una parola della loro lingua.

Come hai lavorato proprio sulla lingua?
Alessandro: Inizialmente, l’idea di Alejandro era di farmi recitare tutto in italiano. Io invece ho insistito per farlo prevalentemente in spagnolo perché avevo una gran voglia di accettare questa sfida, proprio perché era una lingua che non mi avevano mai chiesto di imparare per un ruolo. Quindi ho iniziato focalizzandomi soltanto sullo spagnolo, ma poi abbiamo iniziato a ragionare insieme sul fatto che nei momenti di grande intimità fra Hasán e Miguel fosse interessante tirare fuori quel famoso: “Nací en Venecia”. Tirare fuori il pregresso serbato del personaggio e quindi la sua provenienza italiana. Perché c’era un’importanza in quelle sue origini che io non avevo percepito inizialmente, ma che per Alejandro era cruciale ed era proprio il motivo per cui aveva chiamato me. Altrimenti avrebbe chiamato qualcun altro… menomale che era nato a Venezia questo! [Ride] È stato un grandissimo regalo. E dopo le prime lezioni che ho fatto con Daniela Tosca, la mia acting coach di spagnolo, come mi succede spesso ho pensato: “Vabbè, ma io non ce la faccio a recitare un intero film in spagnolo, farò una figuraccia!”. Poi invece, con le lingue mi succede sempre quel qualcosa… ho un buon orecchio. Lezione dopo lezione comincio a sentire di potercela fare e quella sensazione mi dà poi la forza di buttarmi a capofitto nel processo senza sentirmi giudicato, perché poi il vero ostacolo è solo quello. Quando parli un’altra lingua, soprattutto su un set in cui si parla solo spagnolo, a ogni parola che dici pensi sempre che ci sia qualcuno da qualche parte che sta dicendo: “Ma questo come cazzo parla?”. È quello a frenarti e invece io mi sono sentito estremamente accolto. Quando ho capito che avevano deciso di investirmi di un certo tipo di fiducia, mi sono sentito più libero di lavorare sulle sfumature.
E queste come verranno rese nella versione doppiata?
Alessandro: Io ho scelto da tantissimo tempo ormai di non ridoppiarmi. Ci ha pensato Andrea Mete, che è lo stesso che mi ha doppiato in Diavoli e The Hanging Sun. È il mio doppiatore di fiducia e me lo sono scelto molto bene, perché è uno dei più bravi che c’è. Ma per un motivo molto preciso, una cosa che i doppiatori non contemplano ogni volta che mi incoraggiano a doppiarmi da solo: non mi piace. È una cosa che trovo difficilissima. A maggior ragione quando mi è stato richiesto di farlo, ho capito quanto sia difficile il lavoro del doppiatore e credo che ognuno debba fare il suo lavoro, semplicemente. Mi fa sempre molto strano quando qualcuno dice: “Vabbè, ma tu fai l’attore, puoi fare anche il doppiatore”. No. Così come non credo che tutti i doppiatori possano fare gli attori. Doppiarmi da solo senza sentirmi in grado di farlo credo vanificherebbe quello stesso complimento che mi viene fatto quando recito in un’altra lingua. È la stessa cosa che mi è successa sul set di Diavoli: se io ho passato un anno a studiare l’accento inglese, voglio che il mio lavoro si veda lì. Allo stesso modo, desidero che il mio lavoro nella versione italiana venga valorizzato al massimo dalla voce di chi sa doppiare un’interpretazione in altre lingue.
Il cambio di lingua comporta anche un incontro di cultura, geografia e sensibilità diverse. Com’è stato vivere questo set così lontano per te?
Alessandro: È successa una cosa molto dolce. Dovete sapere che in Spagna, se non parli lo spagnolo, non è che ti vengano tanto incontro. E invece io ho trovato uno sforzo da parte di tutti nel comunicare con me e aiutarmi nonostante la differenza linguistica. L’ho molto apprezzato, perché dopo tutto questo tempo capisco ormai perfettamente lo spagnolo, ma al tempo non mi sentivo assolutamente in grado di intrattenere una conversazione. Per farti un esempio: alla prima del film, tutte le persone che volevano farmi dei complimenti si aspettavano che parlassi spagnolo perfettamente. Mi chiedevano: “Scusa, com’è possibile che hai fatto un intero film in spagnolo e non lo parli?”. Rispondevo: “Ragazzi, la magia del cinema è questa, possiamo rendere vera qualunque cosa”. È stato molto bello e con Julio è nato un rapporto stupendo, è un attore talentuosissimo nonché una mosca bianca, un ragazzo che ha interessi per cose opposte alle tendenze di oggi. Non ha i social, suona, seguirà un percorso bellissimo semplicemente per la persona che è. Ne sono sicuro. Ma anche con tutti gli altri ragazzi che facevano parte del patio, abbiamo riso tanto, ci siamo divertiti. Abbiamo girato alcune scene in questo piccolo paesino chiamato Anna, nella Valenciana, dove non c’era praticamente niente se non questa piscina naturale poco vicino, dove andavamo tutti i pomeriggi una volta finite le riprese, a raccontarci storie. Mi sono sentito accolto e molto, molto fortunato.
Il prigioniero è un film sul potere dell’immaginazione. Qual è il tuo rapporto con l’immaginazione, sia come strumento per modificare la realtà nel racconto, che come mezzo per cambiare la realtà attraverso il racconto?
Alessandro: Mettiamola così… Le cose lì fuori non stanno andando benissimo, no? Ognuno di noi deve aggrapparsi a degli strumenti di immaginazione per vedere le cose meglio di come stanno andando davvero e provare a restituire all’esterno quell’energia positiva che riesce a costruire attraverso le persone e le cose che ama. La mia nuova fortuna è quella di avere un figlio di tre anni che è diventato l’elemento trasformativo di tutta la mia immaginazione. Uno può avere tutti i problemi del mondo, posso aver avuto una giornata di merda come non mai, ma quando torno a casa e lo guardo… svanisce. Mio figlio è diventato la trasformazione delle mie energie negative in energie positive. È il suo potere dell’immaginazione che oggi mi guida, verso l’infinito e oltre.

E in che momento ti senti della tua carriera, che stiamo vedendo espandersi sempre più dall’Italia nel resto del mondo?
Alessandro: Che domanda difficile. Non lo so, mi sembra sempre di essere alla ricerca di vecchie sensazioni che non riesco più a replicare. Perché evidentemente pretendo talmente tanto da me stesso e da questo mestiere (perché penso di dargli tanto a mia volta) che a volte mi sembra (anche in maniera ingiusta) di non essere abbastanza soddisfatto del lavoro che ho fatto. E poi ci sono degli aspetti nella gestione dei set che non sono più disposto a sopportare. Non mi piace più la confusione, la gente che strilla, che non porta rispetto. E tutte queste cose hanno un’influenza su di me anche se non sono io il diretto interessato. Non riesco più a farmi andare bene la giornata se sento qualcuno a cento metri che risponde male a qualcun altro. D’altro canto, ho un po’ di problemi alle volte a capire se stiamo lavorando a un determinato progetto solo per noi stessi, per il pubblico. Per chi lo facciamo? Quando qualcuno arriva con una storia che vuole raccontare mi chiedo sempre: “Interesserà al pubblico?”. Non lo sappiamo, perché al pubblico ormai sembra non piaccia niente, al cinema non ci va. Come si fa a capire in anticipo cosa potrà funzionare? E allora mi dico: “Proviamo a farlo bene, magari quanto il pubblico andrà a vederlo dipenderà anche da quanto amore ci investiamo”. Insomma, mi faccio tante domande. Mi chiedo cosa, in tutti questi anni, abbia smesso di funzionare e perché non riusciamo a individuare la “responsabilità”. Non riusciamo a capire quale sia l’ingranaggio che va sistemato. Qualcuno dice che sono i produttori, qualcun altro le storie, oppure la distribuzione e infine il pubblico. La verità è che questa “responsabilità” è spalmata su tutti questi elementi e non so cosa fare. Mi accorgo che le persone non sono più felici di andare al cinema e mi dispiace. Il mio lavoro esiste soltanto in rapporto alla felicità delle persone che scelgono di entrare in un cinema. Non l’ho mai fatto per nessun altro motivo. Questo è il momento della mia carriera: di grandi domande, di poche risposte.
Quando e come hai capito che avresti voluto rendere il racconto delle storie altrui uno dei centri della tua vita?
Alessandro: Quando ho visto E.T. per la prima volta. Quella sensazione che stavo provando in quel momento, di paura mista a felicità mista a tutte le altre emozioni che possono scaturirti da un film, è stato un regalo divino fin da quando ero bambino. Appunto, non si trattava solo di felicità, ma di poter esperire tutta quella gamma di emozioni tutte insieme attraverso la narrazione del cinema. Questa cosa mi è successa con E.T., I Goonies, Hook – Capitan Uncino, con Toy Story la prima volta che sono entrato in un cinema. Quella sensazione di impazienza che si spegnessero le luci e accorgermi che il bambino che era entrato in quella sala non era più lo stesso di quello che ne sarebbe uscito. Per questo, quando qualcuno mi dice: “No sai perché io al cinema non ci vado, l’ultimo film che ho visto è La vita è bella”, penso che non c’abbiamo proprio niente da dirci. Possiamo sedere a due tavoli diversi.
L’altro tema è proprio il potere delle storie nel renderci liberi o quantomeno risollevarci nei momenti difficili. È una delle chiavi del film. Quali sono le storie che hanno formato la visione artistica di Alejandro Amenábar?
Alejandro: Io ho iniziato ad amare il cinema fin da molto piccolo, anche se mio padre non mi ci portava molto. Ho cominciato a vedere i film in televisione e poi da ragazzo ho scoperto il piacere di frequentare una sala cinematografica. Le mie prime passioni, i primi film che mi hanno conquistato erano soprattutto quelli di Hollywood, più che i film spagnoli ed europei. E quindi, nel mio primo film quello che ho cercato di fare è stato mettere tutti quegli elementi di genere che avevo amato nei film hollywoodiani per portarli in una dimensione e a un pubblico spagnolo. E questo è un po’ quello che ho continuato a fare in tutto il mio cinema. Per questo mi risulta difficile categorizzare questo film o inserirlo in un genere specifico, perché ne contiene tanti. C’è l’avventura, l’amore e il raccontare le storie stesse. Questo è ciò che mi guida: provare a inserire tutti quegli aspetti che avevo assorbito sin da ragazzino, per restituirli attraverso i miei film.

Quanto è centrale nel film la contrapposizione tra la tolleranza del mondo arabo e l’oscurantismo della chiesa cattolica, in contrasto con quanto raccontato dalla tradizione Occidentale?
Alejandro: Quando ho cominciato le mie ricerche per questo film, era sicuramente uno degli elementi che più mi attraeva raccontare. Come vediamo nella prima scena in cui a Cervantes viene concesso di uscire dalla sua prigione per un giorno, lui viene praticamente investito da ciò che vede per le strade della città. Abbiamo cercato di ricostruire in maniera molto dettagliata e veritiera ciò che era la realtà dell’epoca ad Algeri. E per un uomo come lui, che veniva delle persecuzioni spagnole della Castiglia, che poi era passato per un’Italia leggermente più aperta ma comunque oscurantista, ecco ritrovarsi di fronte questa sorta di Gay Pride assolutamente normalizzato lo lascia sconvolto e affascinato. Nella Algeri di quegli anni, gli omosessuali potevano uscire allo scoperto in totale libertà e il fatto di raccontare questo aspetto e il modo in cui ha colpito questo giovane scrittore spagnolo, mi affascinava senz’altro. Ma soprattutto mi interessava esplorare il concetto di relatività del tempo e dello spazio. Non in senso einsteiniano, ma per il modo in cui le coordinate si sono ribaltate nel corso dei secoli: ciò che si poteva vedere all’epoca ad Algeri non si poteva vedere in Spagna, oggi forse possiamo ritrovare porzioni di quella libertà nelle strade di Madrid ma sicuramente non le ritroviamo più ad Algeri. È interessante vedere come le circostanze e le congiunture cambino nel corso del tempo. E questo era senz’altro un aspetto centrale del film.
E pensando proprio alla centralità della musica in quella scena epifanica: come sei arrivato alla scelta di comporre le tue colonne sonore?
Alejandro: Io ho cominciato a comporre musica “a orecchio” fin da quando ero ragazzo. Raccontavo delle storie e immaginavo già le musiche che avrei composto. Poi ho cominciato a farlo anche per alcuni miei cortometraggi, ma mai avrei immaginato di scrivere le musiche addirittura per un lungometraggio. A incoraggiarmi fu José Luis Cuerda, un grande regista spagnolo che produsse anche il mio primo film, Tesis, e mi spinse a scriverne le musiche (forse anche per risparmiare soldi). Da allora, ho composto le musiche di quasi tutti i miei film. È un processo che amo molto e che comincia una volta che ho terminato il montaggio, sono due fasi totalmente separate. È capitato che non abbia composto le musiche, come nel caso di Agora su cui ha lavorato Dario Marianelli, inizialmente un po’ preoccupato che avrei messo bocca nel suo lavoro, vista la mia abitudine a lavorare in autonomia. Ma l’ho rassicurato fin da subito perché, essendo io stesso musicista, sono molto rispettoso dello spazio e della libertà creativa altrui.

Al centro di questa storia c’è il Mediterraneo, da sempre luogo d’incontro, di scambio e oggi anche di profonde tensioni. C’era l’intenzione di usare il passato per lanciare un monito al presente?
Alejandro: Per me, guardare il passato è sempre stato il più interessante degli strumenti per capire il presente e proiettarsi verso il futuro. Questo l’ho capito fin da quando ho fatto uno dei miei primi film, Mare dentro, che era basato su un fatto reale e che mi ha dato l’occasione di parlare di un tema che rimane scottante nel presente, quello dell’eutanasia. Quella storia mi è servita proprio per riflettere su quanto stava succedendo e sulle cose che sarebbero potute succedere dopo. Oppure Agora, una storia ambientata circa duemila anni fa, l’ho portata avanti in un momento in cui sentivo che grandi rivolgimenti sarebbero arrivati. Quando ho assistito alle immagini dell’Assalto a Capitol Hill, negli Stati Uniti, ho pensato proprio alle scene che avevo girato sull’assalto alla Biblioteca di Alessandria. Tornando al passato, avevo proiettato eventi che sarebbero ancora dovuti accadere nel nostro futuro. Lo stesso è capitato con Lettera a Franco, il mio ultimo film ambientato durante la Guerra Civile Spagnola. Mi è venuto in mente semplicemente passeggiando al parco con il mio cane, ascoltando i discorsi che facevano gli anziani sul posizionamento politico di ciascuno di noi. In questa storia mi interessava soprattutto il tema del rapporto fra tolleranza e intolleranza e come ritrovare un equilibrio fra le due. Quindi sì, senz’altro, in tutto il mio cinema ho sempre utilizzato il passato come una lente per parlare al presente.
E cosa ti colpisce di più dell’opera di Cervantes? Perché, di tutte le storie, raccontare la sua?
Alejandro: Un aspetto secondo me estremamente moderno dell’opera di Cervantes è sempre stata questa sua capacità di capire gli altri attraverso l’empatia. Lo ritroviamo molto nei personaggi di Don Chisciotte e Sancio Panza. E credo che questo gli venga proprio dalla vita che ha vissuto, che l’ha portato a viaggiare dalla Spagna in Italia, entrando in contatto con società e culture completamente diverse fino ad arrivare alla società araba. Questo gli ha aperto la mente e il mondo, ha fatto di lui una persona più tollerante e più disposta a capire gli altri, il che lo rende estremamente moderno.
Il Prigioniero è ora al cinema.