Al cinema dal 5 agosto, Hokum corona una delle più grandi annate nella storia dell’horror: Weapons, Backrooms, Obsession e molti altri.
Non c’è alcun dubbio che il biennio 2025-2026 abbia rappresentato una delle stagioni cinematografiche più felici nella storia dell’horror, sia in termini di idee che di botteghino. Solo di recente abbiamo assistito a un vero e proprio Barbenheimer dell’horror che ha portato due (quasi) opere prime indipendenti a spalleggiarsi a vicenda, incoraggiandosi vicendevolmente al box-office e stracciando gli incassi dei più grandi studios di Hollywood.
Stiamo parlando ovviamente di Obsession di Curry Baker e Backrooms di Kane Parsons, entrambi nati su YouTube ed entrambi premiati da moltiplicatori di budget semplicemente pazzeschi, facilitati anche dai ridotti costi di realizzazione associati tradizionalmente al genere e che dovrebbero far riflettere i grandi produttori. Ma Backrooms e Obsession arrivano a conclusione di un processo in corso da tempo e che nell’ultimo anno ha finalmente catturato l’attenzione dei grandi palcoscenici, basti pensare ai numerosi premi ricevuti da Sinners di Bryan Coogler, uno dei protagonisti degli ultimi Oscar e di tutta la Awards Season.
Ora è il turno di Hokum, un nuovo horror che mescola luoghi infestati e spazi liminali e che negli Stati Uniti ha già fatto parlare di sé. Grande successo di botteghino e di critica, con il 90% di recensioni positive sull’aggregatore Rotten Tomatoes, il terzo horror scritto e diretto da Damian McCarthy ha per protagonista Adam Scott (Severance) nei panni di uno scrittore perseguitato dai suoi stessi mostri. Per risolvere un blocco dello scrittore si reca in un hotel in Irlanda dove i genitori trascorsero la luna di miele. Ma quei luoghi legati al suo passato faranno riemergere traumi e demoni infantili, imprigionando lo scrittore nella più inquietante delle escape room: la sua mente.
Dagli stessi produttori di Weapons, Hokum arriva al cinema dal 5 agosto, esattamente a un anno di distanza da quel grande successo cui ne sarebbero seguiti molti altri. Ripercorriamo 10 titoli tra campioni d’incassi e low profile sottovalutati.
Alle 2:17 di un mattino di Maybrook, Pennsylvania, diciassette dei diciotto bambini di una stessa classe escono dalle porte di casa, si mettono a correre nella notte con la stessa posa della Napalm Girl – famoso scatto risalente alla Guerra del Vietnam – e scompaiono nel nulla. Ovviamente i sospetti ricadono sulla loro maestra, interpretata da Julia Garner, ma dietro le sparizioni c’è l’opera di una strana fattucchiera che usa i bambini, appunto, come armi. Con un cast che comprendeva Josh Brolin, Benedict Wong e Alden Ehenreich, Weapons ha ottenuto un incasso di quasi 270 milioni a fronte di un budget inferiore ai 2,5 milioni, oltre al meritatissimo Oscar ad Amy Madigan come Miglior Attrice Non Protagonista. Un horror sull’America del Secondo Emendamento, fra scene agghiaccianti ed esilaranti.

Non solo titoli americani ma anche un italiano che, se messo nelle giuste condizioni, avrebbe potuto tranquillamente competere con i grandi titoli A24 o con il successo di Weapons che stava esplodendo, proprio in quei giorni, anche in Italia. Terzo film horror diretto da Paolo Strippoli – dopo A Classic Horror Story in co-regia e Piove, entrambi inquietanti al punto giusto – La valle dei sorrisi vede Michele Riondino nei panni di un professore di educazione fisica che si trasferisce a Remis, un villaggio in mezzo alle Alpi dove essere tristi è un peccato mortale. Con Paolo Pierobon, Romana Maggiora Vergano, Sergio Romano e Roberto Citran, un high concept sul tema del dolore e di come venga anestetizzato dalla nostra società, con effetti devastanti.

Dopo l’enorme successo di The Substance e una generale rinascita del genere body-horror, l’opera prima di Michael Shanks tenta di continuare la scia positiva scommettendo su una coppia metafilmica, legata dentro e fuori lo schermo. Dave Franco e Alison Brie interpretano due fidanzati in crisi che decidono di trasferirsi in mezzo ai boschi per salvare la relazione e ritrovare l’unione. Ma attenti a ciò che desiderate, potreste essere presi alla lettera. Perché dopo essere caduti in una grotta, la loro carne inizia a fondersi senza più riuscire a staccarsi. a meno che non la strappino via. Together è un invito a mantenere la propria individualità contro la retorica di coppia sull’essere “una cosa sola”.

Ottobre 2025 è stato tutto body-horror. Dopo l’uscita di Together a inizio mese, il 30 ottobre arriva The Ugly Stepsister dopo essere stato notato alla Berlinale di febbraio. Adattamento in lingua norvegese e in chiave orrorifica della fiaba di Cenerentola, questo body-horror femminista sul tema della body-positivity in contrapposizione ai canoni di bellezza dannosi mostra fino a che punto siamo disposti (o costretti) a mutilare il nostro corpo pur di rientrare negli standard estetici. È quando succede alla protagonista di questo film, sottoposta ai terribili interventi di chirurgia del Dr. Esthétique. Fra estetica principesca e roseo folk, una delle più vecchie fiabe sulle principesse di ieri per ricordare, a quelle di oggi, che nessun principe o imposizione sociale vale il proprio corpo.

Di certo il titolo meno indipendente di questa rassegna e purtroppo il più danneggiato al botteghino, con un incasso inferiore al budget costato 63 milioni di dollari, complice anche la breve finestra di uscita rispetto al precedente. Ma 28 anni dopo – Il tempo delle ossa è un film nettamente migliore rispetto al precedente riavvio di saga che portava la regia di Danny Boyle. Prende le redini Nia DaCosta – suo il remake di Candyman nel 2019 – che con una regia più semplice ma non priva di scene memorabili – il ballo satanista di Ralph Fiennes sulle note degli Iron Maiden – dirige uno zombie movie molto più genuinamente politico, ricco di umanesimo e speranza, contro l’indottrinamento religioso e neofascista. Uno dei migliori zombie movie degli ultimi anni.

Un botteghino dignitoso per Send Help, il trionfale ritorno del maestro Sam Raimi al suo amato horror con un incasso di 94 milioni a fronte di un budget di 40 milioni. Il genio dietro la trilogia de La Casa non toccava un horror fatto e finito da più di 15 anni, dai tempi di Drag Me to Hell. Qui riparte dalla più orrorifica e familiare delle ambientazioni – il tuo posto di lavoro quando il tuo capo è uno stronzo – per spostarsi su un’isola dove gli unici superstiti sono, giustappunto, il capo stronzo e la sottoposta vessata, rispettivamente Dylan O’Brien e Rachel McAdams. Un horror sul ribaltamento dei rapporti di potere, ma in riva al mare; alla maniera di Triangle of Sadness di Ruben Östlund, ma con tutti i marchi di fabbrica della regia di Raimi.

Il bello del genere horror, complice anche l’enorme potenziale creativo a fronte di budget contenibili, è quante opportunità apra ai giovani cineasti. Non è solo una questione retorica o di giustizia generazionale, ma di prendere coscienza del fatto che se il cinema è in crisi di idee, dare spazio a nuove teste può aiutare. Ed è infatti quello che è successo con Good Boy, opera prima Ben Leonberg che immagina la più classica delle ambientazioni horror – una fattoria infestata – ma la mostra attraverso gli occhi… di un cane! Un Nova Scotia Duck Tolling Retriever di nome Indy (dentro e fuori lo schermo) è il protagonista eccezionale di questo film, che fa pensare che i cani siano più espressivi di certi attori per cui usiamo ingiustamente l’epiteto.

Diminutivo di Osgood, figlio dell’Anthony che fu Norman Bates in Psycho, erede di un cognome che da generazioni continua a fare la storia dell’horror, Oz Perkins è uno dei registi di genere più attenzionati e prolifici dell’ultimo periodo. In soli due anni ha diretto due horror scoppiettanti, il secondo più comedy del primo, come Longlegs e The Monkey. Ma all’inizio di quest’anno è arrivato in Italia con un terzo dal tono più serioso, che con Hokum condivide il luogo infestato in mezzo ai boschi. Un po’ Lanthimos nelle ambientazioni, questo horror di coppia parla dell’accumulazione di partner da parte del maschile, una tendenza consumistica alimentata dal desiderio di sentirsi sempre giovani.

E alla fine arriva lui, il più grande successo horror dell’anno e uno dei più grandi successi commerciali della storia del cinema, che crescendo settimana dopo settimana sta continuando a stracciare record sempre nuovi. Con un budget di soli 750 mila dollari – ottenuto, va detto, al costo di cachet ridottissimi per i lavoranti, una pratica che nei progetti davvero indie è la norma ma che ha portato alcuni a lamentarsi – e un incasso di quasi 450 milioni, Obsession ha uno dei moltiplicatori più alti di sempre. Il successo è difficile da spiegare, di per sé non è un capolavoro, ma ha dalla sua una protagonista semisconosciuta capace di bucare lo schermo, Inde Navarette, e una storia di cotte taciute e relazioni forzate facilmente immedesimabile. Se sia poi tutto questo manifesto femminista è oggetto di dibattito, ma nella semplicità (e un po’ di viralità sui social) sta la sua ricetta segreta.

Se avete tenuto d’occhio le dichiarazioni di A24 & Co. negli ultimi due anni, avrete sentito una sola cosa ripetuta allo sfinimento: “Abbiamo fra le mani il nuovo enfant prodige del cinema e ha 20 anni”. Quel fantomatico genio ventenne si chiama Kane Parsons, è effettivamente molto giovane ma ha dalla sua una squadra di veterani, come Curry Baker viene dal mondo di YouTube e lì sfornò un found footage che riprendeva il fenomeno creepypasta delle backrooms, una visualizzazione dei non-luoghi nata sui forum online. Forte di due buoni protagonisti (Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsvee), una sfilza di produttori navigati, un’ambientazione inedita e tutta una metafora della psicanalisi freudiana che non staremo qui a spiegarvi, Parsons gira un horror che almeno sa di nuovo e che incassa 384 milioni a fronte di un budget di 10 milioni.
Che Hokum sia il prossimo? Negli Stati Uniti ha già quintuplicato il suo budget e ora non vi resta che vederlo anche in Italia, dal 5 agosto al cinema.