Mentre Hokum arriva al cinema, scopriamo la concezione di horror del suo regista Damian McCarthy, nell’approfondimento di Pier Maria Bocchi.
Per Damian McCarthy l’horror è una questione privata. E di spazi. In Caveat (2020), il suo primo lungometraggio, la casa su un’isola deserta in cui è ambientata la vicenda diventa per il vagabondo protagonista il luogo – soprattutto psicologico – in cui ritrovare sé stesso. In Oddity (2024) la residenza di campagna di due coniugi acquista per la moglie un’atmosfera sinistra, che la conduce a poco a poco a una consapevolezza sgradita.
Avviene la stessa cosa in Hokum, il primo film di McCarthy a uscire in sala in Italia (finalmente!). Lo scrittore americano Ohm Bauman ha un paio di conti da regolare, prima con i genitori, poi con sé stesso. Per dispendere le ceneri della madre e del padre si reca nell’Irlanda più profonda, al Bilberry Woods Hotel, dove loro trascorsero la luna di miele. La honeymoon suite è però chiusa da tempo: gli impiegati credono sia infestata. Per Ohm (nomen omen: quasi un’onomatopea a suggerire perplessità, stupore, incertezza) è l’occasione per elaborare non tanto un lutto, quanto una vita e un mestiere che non lo soddisfano, che lo rendono collerico e scostante, che sembrano giunti a un punto fermo. E al pari di Caveat e Oddity, sono proprio le geometrie spaziali a fare la differenza.
Come in ogni haunted house horror che si rispetti, in Hokum l’hotel, l’isolamento e la perdita delle coordinate conosciute contribuiscono a favorire nel protagonista un cambiamento che fa rima con ricerca, ignoto, lotta con la follia. Una ricerca che è prima di tutto una ricognizione intimistica, spaventosa perché destinata a far emergere cose sgradite, magari taciute e troppo a lungo nascoste, senza dubbio scomode da accettare o semplicemente da determinare. Il luogo è perciò causa e effetto contemporaneamente; sintomo e soluzione. Ohm è costretto a darvi battaglia, e a dare battaglia a sé.
Come un tempo fece anche Jack Torrance, prima in Una splendida festa di morte di Stephen King (questo è il titolo originale con cui il romanzo uscì in Italia, nel 1978, per Sonzogno), poi in Shining (1980) di Stanley Kubrick. Nel cinema, Torrance non è né il primo, né l’unico scrittore a combattere con i propri demoni, ma è quello che più rispecchia Bauman. Per McCarthy, Shining è un vero paradigma cinematografico, da cui partire e a cui tornare. Ancora e ancora, nella cultura visuale odierna, Shining si rivela un modello e un modulo primario, dal momento che si tratta di un testo ingombrante del quale è oggi necessario riprendere le misure. Lo hanno già fatto, fra gli altri, Leigh Whannell con Wolf Man (2025) e, ancor prima, Steven Spielberg con Ready Player One (2018). Oltre, naturalmente, a Mike Flanagan, con il sequel ufficiale Doctor Sleep (2019).
In Hokum, Shining si ripresenta, scruta, interviene a gamba tesa (spesso “alla lettera”). È giusto così: con la storia del cinema bisogna relazionarsi, alla larga da qualunque terrore di lesa maestà. Si tratta di qualcosa di diverso dalla citazione o dall’omaggio, si vede benissimo che McCarthy è uno troppo acuto da ridursi alla classica genuflessione cinefila da nerd (e da filmmaker statunitense medio: che le sue origini irlandesi lo preservino?). Shining è per lui un totem di cui non avere paura ma con cui confrontarsi, scontrarsi, e attraverso il quale verificare la realtà (anche delle immagini, dell’horror, del cinema!).

Con il coraggio, per giunta, di scegliere – sì, una scelta – di concedersi (al)l’happy end, lontano da nichilismi facili e dalla cupezza talvolta eccessivamente programmata di tanto horror di oggi. Se il mondo, come sappiamo bene, giustificherebbe ogni possibile visione apocalittica, McCarthy autorizza un’apertura, che non è un’illusione, non è una chimera, è piuttosto una rinascita. Da questo punto di vista, la differenza rispetto a Shining è sostanziale: Jack Torrance si smarrisce definitivamente nei corridoi e nelle stanze dell’Overlook Hotel che non sono altro che i corridoi e le stanze della sua mente malata, mentre Ohm Bauman rintraccia nell’oscurità del Bilberry Woods Hotel un io dimenticato che gli consente, grazie a un tour de force nell’orrore in puro spirito kinghiano, di recuperare altresì l’ispirazione narrativa perduta. L’happy end di Hokum non è una concessione al mercato, rappresenta al contrario la lapide più giusta su un passato e su un presente privati che era difficile (agghiacciante!) risolvere e che infine riposano una buona volta in pace.