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Look Back: la grande sfida di Koreeda Hirokazu

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Maestro del cinema dall’immaginario personale e inconfondibile, Koreeda Hirokazu trae dal manga di Fujimoto Tatsuki, già trasposto in anime, un film capace di parlare al cuore di tutti: Look Back, in arrivo dal 12 novembre nelle sale italiane. L’approfondimento di Bianca Ferrari.

Di Bianca Ferrari*

In trent’anni di carriera cinematografica, cominciata nel 1995 con Maborosi – I bagliori dell’anima, adattamento della raccolta di racconti Bagliori fatui di Teru Miyamoto, il regista giapponese Koreeda Hirokazu si è guadagnato la fama di maestro e, per unanime consenso, un posto nel pantheon dei grandi autori contemporanei, proprio in quanto regista-sceneggiatore dal tocco inconfondibile e personale, capace di ideare e mettere in scena più di una decina di storie completamente originali. Fanno eccezione, oltre all’esordio, Air Doll (2009), dal manga di Yoshiie Gōda, Little Sister (2015), tratto dal manga Umimachi Diary di Akimi Yoshida e poi comunque rielaborato da Koreeda, e L’innocenza (2023), premiato al Festival di Cannes per la miglior sceneggiatura, firmata da Yūji Sakamoto.

Koreeda è uno di quegli autori che si sono resi riconoscibili per aver creato un immaginario preciso e originale, fatto di storie di famiglie più o meno disfunzionali, più o meno ereditate o scelte, e animato soprattutto dalla volontà di esplorare le relazioni tra generazioni diverse e il significato più ampio di genitorialità, appartenenza e amicizia. Palma d’oro al Festival di Cannes per Un affare di famiglia (2018), torna al cinema nel 2026 con una scelta diversa, misurandosi con la sfida di adattare una storia già adattata: Look Back, presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2026, tratto dal manga di Fujimoto Tatsuki del 2021, trasposto in anime nel 2024 da Kiyotaka Oshiyama e in sala con Lucky Red dal 12 novembre.

Per Koreeda si prospettava dunque una doppia sfida: non solo dimostrare ancora una volta di saper infondere la propria autorialità in una storia non originale, ma anche dare nuova vita a un adattamento “alla seconda”, di una storia già raccontata attraverso due media differenti, il manga e l’anime, sfruttando le peculiarità del mezzo cinematografico e del suo linguaggio per creare un’opera che funzionasse di per sé e non fosse semplicemente la figlia, più o meno legittima, dei testi precedenti.

Il Look Back di Fujimoto è un manga shōnen, una categoria di mercato che identifica i manga rivolti a un pubblico di preadolescenti e adolescenti (da noi diremmo “per ragazzi”). Pubblicato come storia autoconclusiva su Shōnen Jump+ ed edito in Italia da Star Comics nel 2022, Look Back è una storia che, già sul piano narrativo, è incentrata proprio sul mondo dei mangaka. È infatti la storia di Fujino e Kyomoto, che all’inizio del racconto troviamo alle elementari. La loro relazione nasce come una sfida artistica a colpi di strisce in quattro vignette sul giornalino scolastico: inizialmente è solo Fujino a disegnarle e, ammirata da tutti i compagni di classe per la simpatia e l’inventiva delle sue storie brevi, è sicura e determinata a diventare un giorno una mangaka professionista.

Quando un giorno, accanto alla sua viene pubblicata una striscia di Kyomoto, una studentessa hikikomori che non si è mai presentata in classe, Fujino si sente al tempo stesso abbattuta e fortemente motivata a migliorare nel disegno: prima di allora non aveva mai visto disegni così dettagliati, maturi e realistici nella resa delle ambientazioni. La competizione si trasforma però in una grande collaborazione quando, finalmente, le due si incontrano. Kyomoto si rivela una grande fan della “maestra Fujino” e delle sue storie e Fujino, dal canto suo, nascondendo le proprie insicurezze iniziali, le chiede di aiutarla a disegnare la sua prima vera storia lunga, che presenteranno insieme a un importante concorso di manga. Fujino sarà l’autrice, la mente creativa, mentre Kyomoto disegnerà gli sfondi.

La storia, che poi prende pieghe inaspettate, emotivamente toccanti e profondamente drammatiche, è interessante soprattutto per il discorso che propone sulla paternità artistica, sul senso della collaborazione professionale e su come un’opera nata da due personalità possa dirsi completa e riconoscibile grazie al prezioso contributo di entrambe. Questa riflessione è utile perché, nell’adattare l’opera originale, Koreeda propone innanzitutto una duplice via interpretativa sul piano del linguaggio: porta con sé le due opere precedenti per creare qualcosa di unico e al tempo stesso ereditato, un’opera personale e insieme collettiva. Da una parte, infatti, è evidente come il film ricalchi quasi in trasparenza molte scene e sequenze, a partire dalla prima, quella che presenta Fujino di spalle: un’immagine che riprende la copertina del manga ed è identica a quella dell’anime per inquadratura, uso delle luci, postura del personaggio e ricostruzione dell’ambientazione.

Al contempo, tuttavia, Koreeda riesce a creare qualcosa di assolutamente nuovo rispetto ai testi di partenza. Come nei suoi film precedenti, anche in Look Back il regista coglie, soprattutto nella prima parte, momenti e dettagli della quotidianità delle due protagoniste che né il manga né l’anime mostravano: sono quei momenti di indescrivibile tenerezza fatti di nulla o di apparentemente poco, gesti ripetitivi che non solo racchiudono il carattere di un personaggio ma che, messi in fila uno dopo l’altro, ci raccontano come la devozione, intesa come principio spirituale, sia uno degli aspetti più interessanti e ricorrenti del cinema di Koreeda.

È proprio questa devozione il motore che spinge Fujino e Kyomoto verso il loro obiettivo e poi, con le sue conseguenze impreviste, verso altri esiti: devozione all’atto creativo e a un obiettivo spirituale (diventare qualcuno, o avvicinarsi a un’altra persona). In questo senso il mezzo cinematografico si rivela unico nel rappresentare questa storia perché, attraverso la recitazione e l’espressività delle interpreti (Deguchi Natsuki e Makita Ajuche), offre una libertà condizionata: quella di creare quadri narrativi nuovi (micro-scene del tutto assenti nell’anime) che restano comunque inseriti nella narrazione originale. Quest’ultima, nella seconda parte, finisce per somigliare sempre più al manga e all’anime per prospettive, ambientazioni e scelte di regia, con un approccio mimetico che si mantiene fino al finale, dove resta un ultimo colpo da maestro, completamente originale: la macchina da presa che insegue i personaggi in una scena culminante.

A differenza del manga e dell’anime, però, Look Back non è uno shōnen. Come gli altri film di Koreeda, riesce a parlare a tutti, a commuovere fino alle lacrime spettatori adulti davanti alla storia di due bambine giapponesi e ad affrontare temi profondi come la perdita e il rimpianto senza rinunciare alla tenerezza. L’elemento che infine distingue di più il film dagli altri testi è la riflessione sull’evoluzione delle tecnologie del disegno: gli strumenti che velocizzano la produzione di un manga (tavolette grafiche, software specifici per generare pattern e sfondi) ci raccontano, senza dire nulla e semplicemente mostrando, come la sostituzione tecnologica sia diventata una sostituzione emotiva. Sostituendo il valore umano del contributo artistico con l’efficienza di un nuovo sistema, ci dice Look Back, si è forse persa una presenza importante, insostituibile. Eppure la vita deve andare avanti: un foglio appeso sopra la scrivania, come monito, ci ricorderà che cosa significhi il sacrificio.

 

*Bolognese classe 1996, dal 2023 Bianca Ferrari vive a Roma, dove lavora come critica cinematografica e divulgatrice culturale. Ha collaborato per anni con la Cineteca di Bologna e BadTaste.it e attualmente lavora per Il Post come autrice e conduttrice del podcast “Dicono che è bello, al cinema” insieme a Gabriele Niola. Si occupa anche di fare interviste durante i maggiori festival di cinema per Fred Film Radio e cura la rubrica “Fotogrammi” sul bimestrale Meridiani Montagne.

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