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Look Back: Koreeda Hirokazu e Fujimoto Tatsuki a confronto

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Aspettando Look Back dal 12 novembre al cinema, esploriamo la poetica del regista Koreeda Hirokazu e di Fujimoto Tatsuki, autore dell’amatissimo manga da cui il film è tratto. L’approfondimento di Valerio Stivè.

Di Valerio Stivè*

Guardando alcuni film di Koreeda Hirokazu è facile pensare a un certo legame con il mondo del manga. Almeno, è quello che è successo a me. Per esempio, guardando Monster (il film del 2023, uscito in Italia con il titolo L’innocenza), per più di un attimo ho pensato che Koreeda stesse rendendo omaggio a Naoki Urasawa: per il titolo, lo stesso di un manga di Urasawa, che però appartiene a un genere molto diverso, ma soprattutto per una sensibilità vicina a quella di 20th Century Boys, altro manga di Urasawa, che come L’innocenza racconta l’infanzia e i suoi segreti. La consonanza, in quel film, si avverte anche con i lavori di Taiyo Matsumoto, fumettista attento a esplorare il mondo dei bambini e il modo in cui crescono, anche in mezzo alle difficoltà. Poi, guardando il più recente Sheep in the Box, non si può non pensare al bambino robot di Osamu Tezuka, Astro Boy, creato nel 1952 e da allora rimasto nel cuore dei giapponesi.

Certo, i manga sono un elemento così importante della cultura giapponese che non potrebbe essere altrimenti: sono un’influenza inevitabile, si potrebbe rispondere. Ma sensibilità e riferimenti così sottili e al tempo stesso solidi non appartengono a qualunque regista o artista. E arriva ora Look Back (al cinema dal 12 novembre), che di un manga è l’adattamento, e direi che tutto torna. Non ho letto dichiarazioni di Koreeda sulle mie impressioni riguardo alle opere precedenti, ma vederlo adattare un manga non mi ha stupito e, in parte, ha confermato quelle impressioni, quella sua vicinanza. 

In questo caso, si sa che Look Back lo ha scoperto per caso, in una libreria, e si è innamorato di come racconta l’amicizia e la determinazione. È affascinante vedere interagire uno dei più vivaci e intensi interpreti del cinema d’autore contemporaneo e Fujimoto Tatsuki, uno dei fumettisti che più hanno appassionato i lettori negli ultimi anni, mettendone in discussione le certezze e interrogando anche sé stesso e il medium. Lo ha fatto sulle pagine di una serie popolare e di genere fantastico come Chainsaw Man e di manga brevi realistici, come Look Back e Goodbye, Eri, oltre a molte storie brevi spesso tinte di realismo magico.

Sia per Koreeda sia per Fujimoto indagare la condizione umana e offrirne una propria interpretazione, anche sofferta e capace di sfidare lo spettatore, è una cifra comune, un intento condiviso. Se per Fujimoto l’adattamento fedele, rigoroso e urgente fatto da Koreeda con Look Back è un modo per guadagnare realismo e ulteriore incisività, per il regista la storia del fumettista è un’occasione per ampliare una produzione già vasta, esplorando prospettive nuove. Dopo un manga come Goodbye, Eri, che è una dichiarazione d’amore al cinema fatta a fumetti, doveva succedere che una storia di Fujimoto arrivasse sul grande schermo. È il cinema filtrato dagli occhi della Gen Z. Il protagonista, Yuta, realizza con il proprio cellulare un film dedicato alla madre, che sta per morire a causa di una grave malattia. Quando lo mostra ai compagni, viene deriso per il bizzarro finale, in cui scappa dall’ospedale che esplode alle sue spalle. Una metafora brutale e disarmante, che i coetanei non riescono a comprendere.

Chissà se Koreeda avrà letto anche Goodbye, Eri, magari dopo Look Back, viene da chiedersi. Perché è una storia perfetta per lui. Tanto che forse è meglio così: meglio che abbia adattato Look Back, per confrontarsi con un materiale diverso e affrontare un terreno narrativo nuovo. Chissà come sarebbe una storia del genere vista al cinema, chiudendo un cerchio narrativo e concettuale in un loop continuo di schermi e riprese, dove la realtà è costantemente filtrata da come i protagonisti la vedono attraverso uno schermo. Un film capace di ipnotizzare e disorientare lo spettatore ancora più di quanto faccia il fumetto.

Goodbye, Eri è una dichiarazione d’amore indirizzata alla narrazione per immagini in generale e al cinema in particolare. È una lettera d’amore in formato tankōbon – i classici volumetti manga – che parla al pubblico di oggi attraverso i suoi linguaggi e i suoi mezzi, senza retorica. Al suo interno trovano spazio sguardi su bullismo, trauma della perdita e sulle possibilità offerte dagli strumenti che oggi chiunque ha a disposizione per raccontare una storia con immediatezza. Goodbye, Eri racconta attraverso punti di vista e una serie di inquadrature fisse, quasi esclusivamente orizzontali, che danno la sensazione esplicita di osservare attraverso un obiettivo. Ci sono anche inquadrature sbagliate o incerte, che restituiscono un senso di immediatezza e di ingenuità amatoriale. A tratti il racconto è pedissequo, anche per la sua insistenza su certe soluzioni, e talvolta compiaciuto, soprattutto nel ricorso a immagini quasi memetiche e a cliché, con un paio di rimandi che sembrano espliciti alla figura del tizio che si allontana da un’esplosione, qui ribaltata nei toni, resi non sprezzanti e sbruffoni, ma incerti.

Fujimoto è un grande amante del cinema. Di film parla volentieri nelle interviste e consiglia film sul suo profilo X. Nei suoi lavori le influenze cinematografiche traspaiono, a volte in maniera smaccata, altre in modo più sottile. Le motoseghe attaccate agli arti e alla testa del protagonista di Chainsaw Man richiamano inevitabilmente i classici dell’horror, da L’armata delle tenebre a Non aprite quella porta. Ma, come ha dichiarato lui stesso, ad appassionarlo sono anche i film che raccontano scenari realistici con un forte tocco surreale, come quelli dei fratelli Coen. Nelle sue storie brevi, infatti, Fujimoto va a briglia sciolta: piega il reale e il plausibile a suo piacimento, creando crepe nel nostro modo di percepire il mondo e scuotendo il lettore, talvolta ben oltre il concetto di realismo magico caro a molti narratori giapponesi contemporanei (come Haruki Murakami o Banana Yoshimoto, per citare i più popolari).

Quel che fanno Fujimoto e Koreeda, con mezzi e storie diverse, è cullare il lettore e lo spettatore attraverso scenari familiari e persone comuni, vicine al loro vissuto, si incontrano in questo proposito con Look Back, con le sue ambientazioni ordinarie, tra casa, scuola, campagna. Ma poi ti prendono a schiaffi con racconti di una disarmante e umana brutalità. Sono storie fatte di traumi laceranti, contrastati da una resilienza straordinaria e dalla capacità di attraversare le pieghe dell’esistenza, a volte anche arrendendosi, ma spesso trovando nuove strade, piegandosi e incassando i colpi della vita per poi rialzarsi. Per me, il buon cinema e il buon fumetto, le buone storie, devono fare questo: cullare e scuotere chi vi si accosta. Possono fare anche altro, certo. Ma le storie che ti rimangono attaccate addosso e che davvero ti cambiano sono quelle.

In tempi in cui per i più giovani è sempre più difficile guardare al proprio futuro con fiducia e con una prospettiva concreta, in tempi di nichilismo strisciante e inconsapevole, Look Back era la storia di cui avevamo bisogno, forse proprio quella di cui una generazione aveva bisogno. La storia di una coppia di giovanissime che in parallelo fanno di tutto per diventare fumettiste è un grido d’amore per l’arte e la sua potenza, per quell’amicizia che nasce in giovanissima età e sopravvive al tempo, agli imprevisti e ai crocevia che portano su strade diverse. Due ragazze che inseguono un sogno, ognuna a modo proprio, con tutta la forza che hanno, attraversando traguardi e tragedie è una storia di determinazione come se ne leggono tante nella tradizione dei manga, da quelli sportivi a quelli di combattimento, che si tratti di Captain Tsubasa o di Naruto, ma ciò che ha aggiunto Fujimoto, come anche in Goodbye, Eri, è una prospettiva contemporanea, che risuona delle sensibilità migliori della Gen Z attraverso uno sguardo trasognato, da favola moderna. Per questo, lo ripeto, Look Back era la storia di cui avevamo bisogno.

*È nato a Firenze nel 1981 e vive a Bologna. Lavora nel mondo del fumetto in varie vesti, tra cui critico, traduttore, scout ed editor. Fa parte della redazione di Fumettologica, scrive per The Comics Journal, collabora con festival, riviste e case editrici italiane. Ama la musica e le arachidi tostate.
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