Ora al cinema, Ricchi… da morire – Delitti in famiglia si inserisce nel filone “eat the rich”. Ecco cinque film che ve lo ricorderanno.
È notizia di pochi giorni fa che Elon Musk ha raggiunto un patrimonio finanziario di oltre mille miliardi di dollari. Nessuno aveva mai raggiunto una tale concentrazione di denaro nelle mani di uno solo. Ecco, non serviva arrivare al primo trilionario della storia né serve essere marxisti per accorgersi che, considerata un momentino la condizione in cui versa la parte restante di mondo, una redistribuzione di ricchezza non è oggetto di opinione ma di necessità. È di questo che si accorge Glen Powell nei panni del protagonista di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, ora al cinema.
Lui si chiama Becket Redfellow, figlio illegittimo di una potentissima dinastia di Long Island che a causa del suo status di “bastardo” viene estromesso dal tetto familiare e si ritrova a vivere, orfano di entrambi i genitori, nella povertà del New Jersey. Diventato grande e mai ufficialmente estromesso dalla linea di successione ereditaria, mette su un piano: far fuori “sette ricchi stronzi”, gli altri eredi che lo separano da un malloppo di 28 miliardi di dollari. Ma per riuscirci, dovrà compiere sette delitti perfetti senza lasciare prove. Ci riuscirà?
Con un cast che comprende star di ieri e di oggi come Ed Harris e la brillante Margaret Qualley – ma anche Topher Grace, Bill Camp e tanti altri – Ricchi… da morire riprende il filone cinematografico “eat the rich”, una formula anticapitalista attribuita a Jean-Jacques Rousseau che diceva: “Quando il popolo non avrà più da mangiare, allora mangerà i ricchi”. Che è un po’ l’equivalente del marxista: “L’ultimo capitalista che impiccheremo sarà quello che ci ha venduto la corda”. Ma la dark comedy diretta da John Patton Ford vive di tanti altri riferimenti, dai film sulla scalata sociale a quelli sui delitti in famiglia. Eccone cinque.
Erano giovanissimi, bellissimi e ricchissimi. Tutti meno uno. Erano Jude Law, Gwyneth Paltrow e Matt Damon. Lui era quell’uno: Tom Ripley, un giovane rampante di umili origini desideroso di una vita migliore. Bello, colto, povero, leccaculo e bravissimo a imitare, impersonare e fingersi qualcuno che non è. Così, quando il padre di un ricco rampollo (Jude Law) lo scambia per un compagno di corso del figlio, spedisce Tom in Italia col compito di riportare il figliol prodigo in seno all’ovile. Ma per Tom diventerà l’occasione di insinuarsi nella coppia felice e, chissà, non lasciarsi scappare per nessun motivo al mondo quell’unica occasione di svolta. Anche a costo di uccidere. Con un cast che univa eccellenze anglosassoni e cameo tutti nostrani – da un sempre sensazionale Philip Seymour Hoffman a Cate Blanchett, da Sergio Rubini al famoso “Tu vuò fa’ l’americano” di Rosario Fiorello – Il talento di Mr. Ripley univa altresì il caldo di un’estate italiana al freddo glaciale di una volontà omicida. Un thriller sulla scalata sociale.

A parte qualche dimenticabile eccezione, di Poirot e Maigret non se ne vedevano da un po’. Ma quando il primo Knives Out arriva nel 2019, Rian Johnson riporta il genere whodunit sulla cresta dell’onda, complice anche la presenza di un inedito Daniel Craig che con il suo estroverso Benoît Blanc si scrollava di dosso la serietà di James Bond. Questo sottogenere del giallo prende il nome dalla domanda al centro di tutto: “Who done it?”. Chi è stato? Di solito avviene tutto in un unico ambiente, il più delle volte un ritrovo familiare alla Agatha Christie. Compare un cadavere – in questo caso quello di Christopher Plummer nei panni di un potente capostipite – e tutti sono sospettati, tutti hanno un buon movente. Ciascuno è fortemente caratterizzato fin dai costumi e dal character design e il punto di forza sta proprio nella coralità del cast, questi parenti serpenti che vogliono spartirsi l’eredità e sono: Chris Evans, Jamie Lee Curtis, Michael Shannon, Don Johnson e molti altri. Alla fine vincerà la povera di turno, la domestica interpretata da Ana de Armas che sarebbe stata definitivamente lanciata da questo ruolo e che, per una volta, non ha dovuto uccidere nessuno per prendersi i soldi. Anzi, è l’unica con la coscienza pulita.

Per chi era presente alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2023, ricorderà Hit Man come la commedia di quell’edizione. Di più: molti lo definirono come uno dei migliori film di quell’edizione, sicuramente il più divertente. Perché dietro c’era un genio come Richard Linklater, che qui scrive la sceneggiatura assieme al suo camaleontico protagonista: Glen Powell. L’avevamo già visto nei panni di Hangman in Top Gun: Maverick, ma con Hit Man si impone come la nuova faccia da schiaffi della commedia action hollywoodiana e come qualcosa in più di una faccia da schiaffi. Qui interpreta Gary Johnson, un consulente informatico della polizia (realmente esistito) che per anni si è finto un killer su commissione per chi ne avesse richiesto i servigi, così da sventare sul nascere potenziali omicidi. Ma Hit Man era molto di più di una (comunque deliziosissima) commedia romantica: era un trattato di psicanalisi freudiana sul tema dell’identità, il travestimento e l’imitazione. A coronare il tutto, due stupendi Glen Powell e Adria Arjona che rimangono una delle coppie più belle degli ultimi anni di grande schermo.

Un po’ Il talento di Mr. Ripley e ancor di più Teorema di Pasolini – fatte le dovute differenze – Saltburn è il film esteticamente più interessante diretto da Emerald Fennell, sicuramente il più eccessivo, quello in cui il suo stile fortemente POP si sposa meglio con la volontà di sconvolgere con poco. La scena della leccata nella vasca da bagno e quella del ballo a chiappe al vento sulle note di Murder on the Dancefloor sono rimaste nell’immaginario collettivo per un bel po’ di mesi e al centro di entrambe c’è un inquietantissimo Barry Keoghan, un moderno Mr. Ripley che si insidia nella tenuta estiva di una ricchissima famiglia inglese. Lui si chiama Oliver Quick, perché ricorda un po’ Oliver Twist ma è furbo e veloce come una volpe, e infatti elargendo favori sessuali e lusinghe a tutta la famiglia, ne prende via via il controllo. E ne fa strage. Con un cast che comprende Jacob Elordi, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Carey Mulligan e molti altri, come vuole il titolo Saltburn riserva quella stessa sensazione che proveresti a sfregarti i genitali con il sale grosso. Non molto piacevole, eppure continui a guardare.

Probabilmente il film più alto e impegnato di questa rassegna, il film che ha aperto il 2026 di Lucky Red, No Other Choice del maestro del cinema sud-coreano Park Chan-wook è un film se vogliamo contraltare all’eat the rich. Perché piuttosto mette in scena una guerra fra poveri che dimostra come, a voler guadagnare o riguadagnare uno status, si perde tutto il resto: la libertà, la moralità, le stesse motivazioni di partenza che ti spingevano a voler diventare ricco. Perché diventare migliore non ti rende migliore. Il protagonista di questo film che segue all’adattamento di Costa-Gavras lo capisce troppo tardi, a sue spese, quando licenziato dall’azienda cartiera in cui lavora da 25 anni e col rischio di perdere la bellissima casa di famiglia faticosamente riacquistata, decide di uccidere tutti i suoi possibili rivali ai colloqui di lavoro. Con uno spietato Lee Byung-hun, No Other Choice mostra cosa succede quando il nostro lavoro e la nostra vita diventano inseparabili. E quindi perdere il lavoro significa morire, tanto più in una società fortemente classista come quella sudcoreana. E mostra cosa succede a voler rimanere l’ultimo. Che alla fine verranno a prendere anche te.

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia ci dice che chi troppo l’oro vuole, finirà per costruirci le sbarre della propria dorata prigione. Vi aspetta, adesso al cinema.